Le divisioni nel Senato evitano la stretta sulle armi

Pubblicato il 23 giugno 2016 da redazione

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Flavia Romani

NEW YORK – Indignazione, ira e tanta frustrazione. Questo il clima che si respira nella Casa Bianca dopo l’ennesimo muro contro muro tra repubblicani e democratici nel Senato. Al centro del dibattito vi erano ben quattro progetti di legge – due repubblicani e due democratici – per porre controlli più stringenti non al possesso di armi da fuoco ma alla loro vendita indiscriminata. Dopo ore di discussione, uno dopo l’altro i disegni di legge sono stati bocciati.

L’ira del presidente Obama è stata espressa, con energia e senza mezzi termini, da JoshEarnest, portavoce della Casa Bianca, in diretta Tv.

– Abbiamo assistito ad una vergognosa dimostrazione di vigliaccheria – ha commentato Earnest.

Il capo dello Stato non vorrebbe abbandonare la Casa Bianca senza prima aver lasciato in eredità agli americani una legge che permetta di controllare la vendita di armi e, quindi, evitare altri eccidi a mano di terroristi o di persone con squilibri mentali. Ma pare ormai inevitabile che, dopo otto anni e due mandati, resterà al prossimo presidente la responsabilità di confrontarsi, come ha fatto lui stesso specialmente negli ultimi mesi, con la “National Riffle Association”, la potente lobby delle armi negli Stati Uniti.

Capitol Hill ha avuto l’occasione di cambiare il rapporto dell’America con le armi e di fare storia. Ma in ballo ci sono interessi troppo forti e quindi dall’altra parte non ha trovato quel pizzico di comprensione e tolleranza che avrebbero fatto la differenza. Al contrario, i senatori si sono affrontati a muso d’uro annullandosi a vicenda. In Parlamento si vive una situazione di stallo dalla quale pare non si riesca a uscire.

L’approvazione di una Legge che regolasse la vendita delle armi da fuoco, stando all’opinione pubblica, era un provvedimento urgente, reso necessario dalla recentissima strage di Orlando che, con le sue 49 vittime innocenti, è considerata la sparatoria più sanguinosa degli “States”.

L’“impasse” nel Congresso ha permesso alla “National Riffle Association” di alzare la propria voce per ammonire i politici, in particolare i democratici, e ribaltare opportunamente le accuse seguendo il giochetto di Trump.

“Gli alleati del presidente Obama – ha affermato la NRA – hanno dimostrato di essere più interessati ai giochi politici che ad affrontare la mancata capacità di tenere gli americani al sicuro dalla minaccia dell’Islam”.

Se da un lato il Parlamento mostra tutta la sua debolezza e incapacità di affrontare serenamente un dibattito importante, come quello sull’eccesso di armi nelle case degli americani, dall’altro il dibattito politico che coinvolge i candidati alla presidenza ha abbandonato definitivamente i limiti delle primarie.

Hillary Clinton, dopo l’estenuante campagna delle primarie, ha attaccato il Tycoon newyorchese sostenendo che è come la Brexit, se non peggio.

– Dovesse diventare presidente – ha detto l’ex First Lady – scatenerà il panico globale, riporterà l’economia in recessione e provocherà il default.

L’ex Segretario di Stato approfitta l’apparente momento di debolezza del magnate del mattone per attaccare frontalmente, soprattutto nell’ambito economico. Infatti, senza mezzi termini definisce Trump un pericolo per gli Stati Uniti la cui economia, sostiene, Obama è riuscito a risollevare dal baratro.

Per Clinton, una presidenza di Trump negli States equivarrebbe al disastro che provocherebbe una Brexit. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, secondo la candidata democratica, avrebbe effetti devastanti su tutti i paesi tanto da mettere in allarme le principali piazze finanziarie del mondo, e lo stesso vale per una possibile presidenza di Trump che costituirebbe, a parere di Hillary, una minaccia per il mondo.

Trump, dal canto suo, noncurante di quanto afferma la sua opponente, si è recato in Gran Bretagna per inaugurare un esclusivo resort nella località di Ayrshire, acquistato nel 2014 per 51 milioni di dollari e ora completamente ristrutturato.
Trump non si è mai espresso esplicitamente sull’argomento ma, in alcune occasioni, ha sostenuto che per il Regno Unito l’uscita dall’Unione potrebbe essere la miglior soluzione.

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