Niente referendum bis. Gb si aggrappa al mercato unico

Pubblicato il 27 giugno 2016 da redazione

A member of protocol adjusts the British flag prior to a meeting of British Prime Minister David Cameron and European Commission President Jean-Claude Juncker at EU headquarters in Brussels on Friday, Jan. 29, 2016. (ANSA/AP Photo/Virginia Mayo)

A member of protocol adjusts the British flag prior to a meeting of British Prime Minister David Cameron and European Commission President Jean-Claude Juncker at EU headquarters in Brussels on Friday, Jan. 29, 2016. (ANSA/AP Photo/Virginia Mayo)

LONDRA. – Il referendum sulla Brexit è storia, inutile gingillarsi con petizioni e illusioni. Ci pensa il dimissionario David Cameron, l’uomo che quel voto ha voluto e perduto, a mettere un punto fermo alla Camera dei Comuni: il risultato delle urne “va accettato” e in Gran Bretagna, nei tempi prevedibili della politica, non ci sarà rivincita contro il responso popolare. Semmai l’ultimo obiettivo del premier uscente, per irrealistico che sia, è provare a disporre le carte per tentare di restare “nel mercato unico”.

Ma in parallelo bisogna dare un nuovo timoniere al regno, che nella burrasca del dopo-Leave – fra mercati in preda alle convulsioni e sterlina in picchiata – rischia di andare alla deriva: con il Partito Conservatore in attesa del leader dopo-Cameron; e la maggiore forza d’opposizione, il Labour, precipitata nel caos dal braccio di ferro fra Jeremy Corbyn i colonnelli del partito che si sono ammutinati e congiurano contro di lui.

Sul fronte Tory, si prova ad accelerare: il Comitato Esecutivo (detto Comitato 1922) ha fissato l’elezione di un nuovo leader (e futuro primo ministro) entro il 2 settembre; mentre il Times ipotizza prove di dialogo fra Boris Johnson, capofila in questi mesi del fronte pro-Brexit, e il cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, il più fedele pretoriano di Cameron, pronto a valutare, malgrado le suo posizioni filo-Ue, di passare dalla parte dell’ex sindaco di Londra in cambio di un compromesso per ricompattare il partito e della poltrona di ministro degli Esteri.

Sempre che i cameroniani, pur di fermare Boris, non decidano di contrapporgli l’attuale ministro dell’Intero, Theresa May. Chiunque prevarrà, dovrà poi portare avanti le trattative di divorzio con Bruxelles, ma anche convocare nuove elezioni politiche: verosimilmente entro l’anno.

Le beghe in casa Tory non sono tuttavia il problema più impellente. Se è vero che senza un nuovo leader nel partito di governo non pare praticabile il negoziato per l’uscita dall’Ue (Cameron ha ripetuto di voler lasciare nelle mani del successore la decisione di attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona), l’emergenza del momento è limitare gli effetti del contraccolpo del referendum.

Cameron, nel suo intervento ai Comuni, il primo dopo il voto che ha spaccato il Paese il 23 giugno, ha dato una serie di segnali. E non ha mancato di tranquillizzare i cittadini europei (italiani inclusi) residenti nel regno che per loro non cambierà nulla né, soprattutto, di promettere una risposta ferma contro gli episodi di razzismo e intolleranza alimentati sull’isola anche da certi toni della campagna referendaria: particolarmente contro la comunità polacca.

Poi ha delineato la sua strategia per questo suo ultimo tratto di strada a Downing Street: prendere tempo con l’Europa, malgrado il quasi ultimatum che arriva da Berlino, rinviando tutto al successore. E nel frattempo cercare la via – impervia al limite dell’impossibile – per salvare un cantuccio nel mercato unico, guardando al modello norvegese (che però prevede quella libera circolazione a cui i brexiters hanno imputato a colpi di slogan la perdita di controllo dei confini britannici) o magari di quello canadese: entrambi citati da Cameron.

La priorità è però fermare il panico in borsa e sul mercato valutario. Il premier non ha nascosto che “non sarà una passeggiata”, ma ha garantito che Bank of England e Tesoro “non esiteranno a prendere ogni misura necessaria” a ripristinare fiducia e stabilità.

Ma le sue parole, come quelle del cancelliere Osborne, finora non sono bastate. Mentre l’inno all’ottimismo e all’unità di un Johnson improvvisamente cauto e conciliante è stato subito smentito dalla nuova giornata di passione della sterlina.

E mentre l’ex sindaco proclamava la fine del “progetto paura”, a rimbeccarlo ha provveduto da Edimburgo la first minister Nicola Sturgeon, decisa a strappare dalla Brexit almeno l’europeista Scozia: “Certo Boris – gli ha risposto con un tweet graffiante – il progetto paura è finito. Ora comincia il progetto farsa, di cui tu sei largamente responsabile”.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)

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