L’Osa prende tempo sul caso Venezuela. Referendum, convalidate le firme

Pubblicato il 28 giugno 2016 da redazione

File nella validazione delle firme per il Referendum Revocatorio

File nella validazione delle firme per il Referendum Revocatorio

di Mauro Bafile

CARACAS – Una corsa ad ostacoli. Tale è stata, se si da credito alle denunce degli esponenti del Tavolo dell’Unità, la convalida delle firme, passaggio indispensabile per accedere alla tappa successiva della “lunga marcia” verso il Referendum Revocatorio: la raccolta di quasi 4 milioni di firme, l’equivalente al 20 per cento delle liste elettorali.

Stando al Tavolo dell’Unità, nonostante i “tanti bastoni messi tra le ruote”, sarebbero state convalidate circa 409mila firme. Un numero che raddoppia quello che esige il Consiglio Nazionale Elettorale. Superato l’esame anche nello Stato Nueva Esparta, che per un momento ha fatto temere il peggio. In altre parole, che la meta dell’uno per cento, richiesta per ogni Stato del Venezuela, fosse impossibile da raggiungere in quel territorio.

Tocca ora alla burocrazia del Consiglio Nazionale Elettorale procedere alla verifica delle firme convalidate. E, fin quando l’organismo elettorale non si pronuncerà sull’argomento, la partita per il Referendum resterà “in forse”. Infatti, nessuno può scartare l’eventualità che il Cne consideri nullo un numero di firme tale da permettergli di sostenere che il requisito per procedere alla prossima tappa non sia stato raggiunto.

Mentre nel Paese migliaia di venezuelani, sotto l’inclemente sole tropicale e a dispetto degli ostacoli posti dal Consiglio Nazionale Elettorale, convalidavano le firme per il Referendum che dovrebbe portare alla revoca del Presidente della Repubblica Nicolás Maduro e a nuove elezioni, a Washington Opposizione e Governo erano impegnati in una battaglia diplomatica che si svolgeva nei corridoi dell’Organismo degli Stati Americani.

La ministro degli Esteri, Delcy Rodríguez, ha cercato, in mille modi, di evitare che si arrivasse alla lettura del rapporto di Luis Almagro, Segretario Generale dell’Organismo, e al posteriore dibattito. L’agenda, invece, è stata rispettata. Una sconfitta diplomatica, quindi, se si tiene in conto che, almeno sulla carta, la proposta della ministro Rodríguez godeva del sostegno dei paesi centroamericani che ancora dipendono dal Venezuela economicamente.

Il “Caso Venezuela” ha fatto emergere grosse crepe in quella che, fino a qualche mese fa, era considerata una solida alleanza attorno al nostro Paese. Infatti, le grandi nazioni del Continente, Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Paraguay, Stati Uniti, hanno votato a favore della lettura del documento e del posteriore dibattito.

Contro, invece, si sono manifestati Bolivia, Ecuador, e Nicaragua. Non tutte le piccole repubbliche centroamericane hanno sostenuto, come si evince dall’esito della votazione finale, la proposta venezuelana.

La diplomazia del petrolio, quindi, comincia a far acqua. La debolezza economica del Paese si riflette negativamente a livello internazionale. Il governo del presidente Maduro non solo ha perso due solidi alleati come lo erano l’Argentina, che ha deciso di dare una svolta politica con l’elezione del presidente Macrì, e il Brasile, travolto da scandali che hanno coinvolto la presidente Dilma Rousseff, ma comincia a perdere pezzi anche in Centroamerica.

Dopo la lettura del rapporto di Almagro e del dibattito che ne è seguito, i membri dell’Osa non hanno preso alcuna decisione. O, come sostengono esponenti dell’Opposizione, ha stabilito di mantenere aperto il capitolo. Insomma, di concedere tempo ai paesi membri di digerire le oltre 100 pagine esposte da Almagro nelle quali, il Segretario Generale dell’organismo regionale ha dettagliatamente denunciato la difficile congiuntura venezuelana caratterizzata, a suo avviso, da una crisi economica profonda, dagli squilibri istituzionali che non permettono l’indipendenza dei poteri pubblici, dallo “svuotamento” di ogni potere di cui è stato vittima il Parlamento, dalla violenza con cui si ghettizza la protesta, dalla presenza di quasi un centinaio di prigionieri politici e dalla maniera con cui si soffoca la libertà di stampa.

La decisione dei membri dell’Osa di “non decidere” ha lasciato aperto uno spazio alla riflessione e alla diplomazia. L’invito dei Paesi membri dell’Osa è stato naturalmente al dialogo. E l’ex premier spagnolo, José Luìs Zapatero, ha assicurato che il governo del presidente Maduro sarebbe disposto a percorrere questo cammino.

Ma l’Opposizione ha fatto sapere che il dialogo non sarà possibile fino a che i politici resteranno in carcere e se non sarà permessa la realizzazione del Referendum Revocatorio. La partita politica interna, quindi, è per il momento ferma. Si spera che non accada altrettanto nella scacchiera delle relazioni internazionali.

Come nelle previsioni, la risoluzione dell’Osa di attendere, così da ponderare attentamente ogni possibile conseguenza, è stata interpretata dal chavismo come un trionfo. E, così, è stata venduta ai venezuelani attraverso l’ampio sistema di propaganda di cui dispone il governo. L’Opposizione ha cercato di fare altrettanto avvalendosi della forza comunicativa dei social network.

Il Venezuela, non ci stancheremo di dirlo, è seduto su un barile di dinamite. Quando esploderà e se esploderà, nessuno può saperlo. Per il momento, il fenomeno dei saccheggi, che cresce di giorno in giorno, si è trasformato nella valvola di sfogo del malcontento popolare.

Solo negli ultimi 15 giorni, stando all’Osservatorio Venezuelano dei Conflitti Sociali, una nota Ong che studia i fenomeni della violenza nel Paese, i casi di saccheggio documentati sono stati 140. Per il momento, non si tratta di un’esplosione sociale come quella che visse il Paese dal 27 febbraio all’8 marzo del 1989.

Il “caracazo” sorprese le forze dell’Ordine che riuscirono a controllare, con grande violenza e centinaia di morti, la sommossa popolare dopo giorni di vandalismo e disperazione. Oggi, polizia ed esercito intervengono immediatamente soffocando sul nascere ogni protesta con inusuale violenza. La paura, per il momento, rappresenta un freno. Ma cresce l’esasperazione.

D’altronde, ogni iniziativa del governo per ridurre le tensioni sociali si è mostrata inutile e si è infranta contro l’enorme corruzione che impera ormai ovunque. Anche i “clap”, nati per la distribuzione personalizzata degli alimenti, paiono destinati al fracasso. Quel che manca, oggi, è il cibo.

Stando al “Centro de Documentación y Análisis” della Federazione dei Maestri, nel 2015 erano circa 18 i generi alimentari irreperibili nei supermarket. Oggi questi sono ben 25. D’altro canto, sempre secondo il Cenda, le fabbriche solo occupano il 40 per cento della loro capacità di produzione. Troppo poco per rifornire il paese di generi alimentari.

Mancano i prodotti essenziali per la dieta del venezuelano: farina per il pane – tanti i forni chiusi per mancanza di materia prima -, pasta, latte, burro, olio, zucchero e così via di seguito.

La debolezza economica del Paese oggi, a differenza di quanto accadeva appena due o tre anni fa, non permette più grandi importazioni di prodotti. Il Venezuela, per un 97 per cento, dipende dal petrolio. E, si sa, il prezzo del barile del greggio venezuelano oscilla tra i 35 e 40 dollari il barile.

Alla riduzione del valore internazionale del barile di petrolio deve sommarsi, poi, la riduzione della produzione. Questa, in Venezuela, stando alle cifre Opec, avrebbe subito una diminuzione significativa di quasi 200mila barili il giorno, pari a 1,26 miliardi di dollari. Una cifra considerevole se si pensa alle tante necessità del paese.

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