Usa 2016: marcia indietro di Trump sul bando ai musulmani

Pubblicato il 28 giugno 2016 da redazione

People protest outside the Luxe Hotel, where Republican presidential candidate Donald Trump was expected to speak in Brentwood, Los Angeles, California, United States July 10, 2015.  REUTERS/Lucy Nicholson

People protest outside the Luxe Hotel, where Republican presidential candidate Donald Trump was expected to speak in Brentwood, Los Angeles, California, United States July 10, 2015. REUTERS/Lucy Nicholson

WASHINGTON. – Non più un bando senza eccezioni, cioè un divieto tout court per tutti i musulmani (anche cittadini americani) all’ingresso negli Stati Uniti. Ma un meccanismo accurato di verifica e porte chiuse a quei paesi dove si addestrano e si armano i terroristi.

Ancora vaghi, ma sarebbero questi i termini in cui il candidato repubblicano per le presidenziali in Usa intende rivedere quella sua clamorosa proposta di vietare l’ingresso ai musulmani in America come strumento di difesa e di contrasto alla minaccia terroristica.

Una vera e propria marcia indietro che, se confermata annacquerebbe definitivamente una delle proposte principe su cui il tycoon di New York ha costruito la sua corsa per la Casa Bianca. Al momento si tratta di indiscrezioni raccolte dalla Cnn, dalla bocca di Trump il dietrofront non è uscito, ma perfino la sua portavoce Katrina Pierson sembra confermare la svolta quando, interpellata, ammette che il candidato intende limare la sua proposta sul tema presentando specifici dettagli a breve.

Però non è una novità per gli osservatori: nelle scorse settimane Trump è tornato a più riprese sul tema, talvolta mostrandosi più elastico sui termini della sua proposta, talvolta irrigidendosi. Così come ha avviato un rimpasto nella squadra dei suoi più stretti collaboratori che sembra una risposta a chi nel partito repubblicano gli chiede di attenuare i toni in vista della sfida ultima con Hillary Clinton.

Su un punto Trump rimane irremovibile: lo slogan “rendere l’America di nuovo grande” e l’accusa feroce alla disfatta dell’amministrazione Obama, in campo economico soprattutto. Così il miliardario di New York ha preparato un piano in sette punti (ancora una risposta a chi gli rimprovera troppa approssimazione nelle sue promesse economiche) per rilanciare l’economia americana e “riportare posti di lavoro in Usa”.

Quindi: no al TPP (Trans-Pacific Partnership), l’accordo commerciale con focus sull’Asia fortemente voluto dal presidente Barack Obama, e no al Nafta, l’accordo di libero scambio in vigore tra Usa, Messico e Canada di cui promette di rinegoziare i termini. Duro anche contro la Cina che addita come “manipolatore di valuta”.

Intanto sul fronte democratico si fa quadrato attorno alla candidata Hillary Clinton tornata al centro dell’attenzione per il suo operato da segretario di Stato durante l’attacco al consolato americano a Bengasi nel 2012 in cui perse la vita tra gli altri l’ambasciatore Usa in Libia.

E’ stato reso pubblico il rapporto finale della commissione d’inchiesta al Congresso voluta e guidata dai repubblicani. “Non emerge nulla di nuovo” si osserva da più parti. Sì, si fanno le pulci alla reazione dei responsabili – militari, intelligence, leadership politica- ma la pistola fumante contro Hillary non si trova.

Così i democratici partono all’attacco, Casa Bianca in testa, per aver speso milioni di dollari dei contribuenti in una operazione “unicamente a scopi politici”. “Non avete trovato nulla. Adesso andiamo avanti”, reagisce Hillary, ma i repubblicani insistono e, in una lunga conferenza stampa, lanciano un accorato appello agli americani: “leggete il rapporto, capirete molte cose”.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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