Brexit: Draghi, l’impatto sul Pil dell’Eurozona fino allo 0,5%

Pubblicato il 28 giugno 2016 da redazione

European Central Bank (ECB) President Mario Draghi adddresses the European Banking Congress at the Old Opera house in Frankfurt, Germany November 20, 2015. REUTERS/Ralph Orlowski

European Central Bank (ECB) President Mario Draghi adddresses the European Banking Congress at the Old Opera house in Frankfurt, Germany November 20, 2015. REUTERS/Ralph Orlowski

ROMA. – L’uscita della Gran Bretagna dall’Ue potrebbe costare alla zona euro fino allo 0,5% di Pil e potrebbe innescare una corsa a svalutazioni competitive delle monete di tutto il mondo. L’allarme, perchè di vero e proprio allarme si tratta, lo ha lanciato il presidente della Bce Mario Draghi, in un documento ottenuto al vertice europeo da Bloomberg.

La riduzione della crescita – secondo Draghi – dovrebbe pesare per i prossimi tre anni e, se la Gran Bretagna dovesse andare in recessione, l’effetto sull’eurozona sarebbe immediato. Tutti i mercati internazionali verrebbero colpiti, specialmente quelli dei cambi.

Per questo l’Eurotower ha intensificato la cooperazione con le altre banche centrali sui movimenti valutari e, ha assicurato Draghi, farà tutto il necessario per assicurare la stabilità dei prezzi. Il rischio, in questo senso, è che la Brexit inneschi una corsa alle svalutazioni competitive delle monete.

“Temiamo le reazioni – ha detto – dei paesi che provino a correggere ciò che loro vedono come un tasso di cambio errato, cosa che potrebbe innescare svalutazioni competitive e incrementare i premi di rischio e le turbolenze”.

Già in mattinata, dal forum annuale tenutosi a Sintra in Portogallo, Draghi aveva raccomandato le banche centrali di “non rinunciare a perseguire gli obiettivi d’inflazione” e di “allineare” le proprie politiche monetarie per evitare “ricadute destabilizzanti” tra le diverse economie che crescono a tassi differenti.

“La politica monetaria ha inevitabilmente creato anche contagi destabilizzanti, in particolar modo nei momenti in cui i diversi cicli economici sono risultati più disallineati”, ha detto il numero uno della Bce, con riferimento proprio alle brusche oscillazioni sul mercato dei cambi o dei flussi di capitale.

Draghi ha aggiunto che “non è necessario un coordinamento di politica monetaria a livello formale, potremmo però beneficiare da un allineamento delle politiche”, ossia di “una condivisione della diagnosi sui motivi all’origine dei problemi che riguardano tutti noi ed un impegno comune che su tale diagnosi si stabiliscano le basi per la nostra politica monetaria”.

Pertanto “non bisogna pensare solo se le nostre politiche monetarie sono appropriate a livello interno, ma se sono correttamente allineate tra giurisdizioni”. Un punto questo che sembra rivolto soprattutto alla Federal Reserve, che si appresta ad alzare i tassi negli Stati Uniti mentre la stessa Bce, la Banca d’Inghilterra e quella del Giappone proseguiranno con politiche monetarie espansive.

La crescita economica negli Usa nel primo trimestre è stata rivista al rialzo all’1,1% rispetto all’1% atteso e contro la precedente stima dello 0,8%. Nel suo intervento in Portogallo l’ex governatore di Bankitalia ha inoltre rimarcato “il risultato deludente del G20 per aumentare la crescita economica mondiale del 2% con misure strutturali” e che questo “è un esempio di come le intenzioni e le azioni possano divergere”.

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