Leggere anziché scrivere

Pubblicato il 29 giugno 2016 da Luca Marfé

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Settimana lunghissima, densa di avvenimenti importanti sparpagliati qua e là per tutto il globo. La maggior parte dei quali tristi, se non addirittura drammatici, come ci stiamo, ahinoi, abituando in questa nostra “Età del caos”, definizione perfetta del mio Maestro Federico Rampini.

Il tema che ha prevalso sugli altri è senz’altro quello che è stato inglobato dall’hashtag #Brexit: l’uscita, appunto, della Gran Bretagna dall’Unione Europea. O perlomeno il referendum consultivo con il quale il premier inglese Cameron pensava di sbaragliare la concorrenza politica interna e che, invece, ha condotto lui dritto dritto nel baratro delle dimissioni e, peggio ancora, il suo Paese nel calderone di un bel pasticciaccio.

Di fatto, ovviamente, il Regno Unito non è ancora fuori dall’UE, proprio perché si tratta tecnicamente di una semplice indicazione che gli elettori hanno fornito ai propri rappresentanti politici cui ora tocca attivarla.

Forse.

Ci vorrà del tempo e, soprattutto, ci vorrà un nuovo premier che si assuma la responsabilità di tirare il grilletto dell’articolo 50 del trattato di Lisbona che disciplina appunto la possibilità di recesso per gli Stati membri.

Elezioni in autunno dunque e, in caso di vittoria dei sostenitori dell’uscita, una procedura che potrebbe durare due anni e più.

E circa 80mila pagine di accordi da rinegoziare. Sì, 80mila, avete letto bene.

E vi spiego meglio anche il “forse”.

Già nelle ore immediatamente successive alla “coltellata” che gli elettori britannici hanno tirato in pieno petto a questa Unione Europea, sempre più grigia ed impopolare agli occhi dei più, una nuova onda è montata nello scenario politico del Paese: quella di un contro-referendum con cui rovesciare l’inatteso risultato. Inatteso perché, dopo la morte di Jo-Cox, la laburista pro-Unione brutalmente assassinata due settimane fa, il remain era avanti in tutti i sondaggi.

E così, via alla girandola di petizioni, articoli e post con cui molte persone si dicono pentite. Ed una Gran Bretagna che, apparentemente, non vede l’ora di fare marcia indietro.

Ne ho lette di tutti i colori, ma questa le batte tutte: “bisogna escludere gli ultrasettantenni dal voto perché non possono essere autorizzati a condizionare il futuro delle giovani generazioni”. Si potrebbe dunque affermare che sia il caso di tenere fuori dalle prossime consultazioni gli ignoranti, i poveri o, perché no, i brutti. Follia contro democrazia.

Peccato che le colpe di questa potenziale uscita non siano riconducibili al ritratto del vecchio ubriacone inglese con la licenza elementare, ma proprio all’astensionismo di quei giovanissimi che, in una bella giornata di sole, hanno preferito al voto una corsa al mare o una birra al pub.

Ed è proprio qui che inizia a prendere forma la mia riflessione di oggi: mi sono imbattuto, infatti, in ogni genere di pubblicazione e mi tocca affermare con una certa franchezza che la stragrande maggioranza delle stesse erano piuttosto imbarazzanti. Imbarazzanti perché provenienti da un pubblico spesso a digiuno di conoscenze ed argomenti, a maggior ragione trattandosi di questioni assai complesse, sia in quanto a vastità e varietà della cosa, sia in fatto di tecnicismi veri e propri.

Eppure ognuno aveva il suo bel pensierino da condividere con il mondo (Umberto Eco si starà rivoltando nella tomba ed aveva ragione ad affermare che i social network abbiano dato la parola a legioni di imbecilli).

E che importa se non ho la più pallida idea di che cosa si stia parlando?

L’importante è esserci, far sentire la propria voce, sentirsi un po’ protagonisti di questi grandi sconvolgimenti.

Inevitabile agganciare questo tipo di approccio a quanto accaduto all’aeroporto di Istanbul poche ore fa.

“Rumore e sangue”, secondo quanto raccontato da uno dei superstiti dello scalo internazionale Ataturk: uomini armati di pistole e kalashnikov hanno prima sparato su una folla inerme e, subito dopo, si sono fatti esplodere.

41 vittime, 239 feriti.

Un vero e proprio bollettino di guerra cui ha fatto seguito, immediatamente, il solito coro anti-Islam, senza che ci fosse stata rivendicazione alcuna né qualsivoglia collegamento con componenti religiose.

Ma, si sa, nelle ore più “calde” ci si sveglia di colpo tutti esperti di questo o di quello. Soprattutto in Italia.

E così, via libera all’oramai consueta scia di immagini della Fallaci che grida all’invasione dello straniero.

Io personalmente la adoro, per una varietà di ragioni con cui non sto qui ad annoiarvi, ma proprio per questo vivo con un certo nervosismo il fatto che la si tiri in ballo un giorno sì e l’altro pure a sproposito.

E tutti esperti di islamistica, manco a dirlo.

Uno degli esami più complessi del mio percorso universitario, uno dei temi più trasversali in cui possiate imbattervi tra gli scaffali di una biblioteca.

Una delle sfere in seno alle quali “brillanti” tuttologi offrono il meglio (peggio) di sé.

E potrei andare avanti all’infinito. Potrei scomodare l’economia (euro sì o euro no?), le relazioni internazionali (Italia “a metà” in Consiglio di Sicurezza, vittoria o sconfitta?), i flussi migratori e chi più ne ha più ne metta.

Tutti hanno la ricetta pronta. Tutti hanno capito tutto di tutto. Tutti a condividere il proprio (pseudo) brillante pensierino con il mondo per far bella mostra di sé.

E mi scuso se questa settimana la mia rubrica ha il sapore di un mezzo sfogo, ma dopo un ventennio abbondante trascorso con le mani in pasta ad argomenti di un certo stampo, mi era stato chiesto di scrivere un’analisi a caldo sul fenomeno Brexit ed ho preferito rifiutare, attendere di capire, studiare, documentarmi, restarmene zitto almeno per un po’, almeno finché il quadro non fosse più chiaro.

Ho preferito ascoltare chi ne sapeva, ne sa e continuerà a saperne più di me.

Ora, lungi da me l’idea di poter tracciare una direzione o poter rappresentare addirittura un esempio per i miei seguaci, ma, prima di dare fiato alle trombe, concediamoci tutti assieme un lungo momento per pensare, per riflettere.

Mettiamoci a leggere anziché a scrivere.

 

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe

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Luca Marfé

Papà di Laerte. Un sognatore contagioso, un entusiasta. (Giornalista professionista OdG). Manhattan, NY.

www.lucamarfe.com




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