“Colectivos” come le Sturmabteilung. L’influenza cubana nelle Forze Armate

Pubblicato il 04 luglio 2016 da redazione

Un abuelo herido y en silla de ruedas frena una tanqueta de las fuerzas represivas de Maduro en Tucupita

Un abuelo herido y en silla de ruedas frena una tanqueta de las fuerzas represivas de Maduro en Tucupita

di Mauro Bafile

CARACAS – Corsi e ricorsi storici. La singolare teoria del filosofo napoletano Giambattista Vico, sintetizzata in poche e scarne parole, in Venezuela assume una particolare importanza. L’intervista della collega Aymara Lorenzo al Vice-Ammiraglio, Pedro Miguel Pérez Rodríguez, pubblicata nel portale “elestimulo.com”, suggerisce due temi inquietanti che ricordano la storia del passato recente: i “colectivos” come “braccio violento” del potere e la presenza cubana nelle alte sfere militari.

Nulla di nuovo, è vero. Ma, in quest’occasione, a parlarne è un importante esponente delle Forze Armate, anche se ormai ritirato a vita privata.

I “colectivos”, la cui formazione fu incoraggiata indirettamente dall’estinto presidente Chávez, rappresentano oggi il “braccio violento” del potere che, stando a quanto conferma il Vice-Ammiraglio alla collega Aymara Lorenzo, avrebbe un potere crescente tale da incidere pesantemente sulla condotta delle Forze dell’Ordine.

I “colectivos”, dei quali si parla tanto oggi, ricordano le “camicie brune” del partito nazista tedesco: le Sturmabteilung. Organizzate e guidate da Ernst Rohm nel 1930 furono protagoniste di furiose scorribande e tumulti di piazza e furono impegnate per reprimere qualsiasi forma di protesta degli avversari del nazismo. Dal seno delle Sturmabteilung, nel 1933 nacque un altro corpo paramilitare: le Schutz-staffein (“squadre di protezione”) più tristemente famose per le loro iniziali “SS”.

I “colectivos”, stando al Vice-Ammiraglio Pedro Miguel Pérez Rodríguez, avrebbero strappato alle Forze Armate il monopolio delle armi e sarebbero pronti ad agire per osteggiare ogni tipo di azione e intervento militare contro il Governo.

Come si ricorderà, i “colectivos” intervennero apertamente, e stando alle molteplici denunce nei social-network anche con la complicità delle Forze di Polizia, nella repressione delle “guarimbas” e delle proteste studentesche nel 2014.

Ancora oggi sono indicati come i responsabili di azioni violente. Ad esempio, il recente attacco ai giovani seminaristi nello Stato Mérida, maltrattati e con la minaccia delle armi obbligati a denudarsi. Una forma di umiliazione paragonabile all’olio di ricino reso famoso dalle “squadracce fasciste” in Italia.

Sempre nell’intervista concessa dal Vice-Ammiraglio Pedro Miguel Pérez Rodríguez la collega Aymara Lorenzo affronta il tema della presenza cubana in seno alle alte sfere delle nostre Forze Armate. L’argomento non è nuovo. Dell’influenza cubana nelle Forze Armate si parla ormai da anni.

Anche in quest’occasione, se si fa memoria, si trovano analogie col passato recente. Fino al settembre del 2001, funzionava a Fuerte Tiuna, sede dell’Accademia Militare e del Ministero della Difesa, l’ufficio permanente della missione militare nordamericana, grazie ad un accordo firmato nel 1951.

Fu José Vicente Rangel, allora ministro della Difesa, a ordinare alla missione militare americana di abbandonare gli uffici. A giustificazione della decisione disse che, con la caduta del Muro di Berlino e la fine della “Guerra Fredda”, venivano meno le condizioni oggettive alla base dell’accordo siglato all’inizio degli anni ’50.

Il Vice-Ammiraglio, nel denunciare la presenza di consulenti cubani nel “Comando Estratégico Operacional”, non fa altro che corroborare ciò che già è “vox populi”.

E’ anche “vox popoli”, oggi, la perdita di popolarità del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro. Stando a Datanálisis l’80 per cento dei venezuelani desidera che il capo dello Stato abbandoni il potere. Sono ben quattro, sempre stando all’agenzia demoscopica, i leader dell’Opposizione che superano il presidente Maduro nelle preferenze dell’elettorato: Leopoldo López, Henrique Capriles Radonski, Henry Ramos Allup e Henry Falcón. E, all’orizzonte, non vi sarebbero esponenti del Psuv in grado di contrastare i leader del Tavolo dell’Unità.

La leadership del presidente Maduro e dell’ex presidente del Parlamento, Diosdado Cabello, è oggi messa in discussione da una larga fetta della base del “chavismo” preoccupata pe runa probabile débâcle nel Referendum Revocatorio; una sconfitta che potrebbe trasformarsi nell’inizio della fine del movimento.

Sono sempre più numerose le correnti dissidenti del “chavismo” che, sulla scia di “Marea Socialista”, reclamano al governo una sterzata nell’orientamento economico, considerando nociva e pericolosa la sua inerzia.

Nell’ambito economico, da rimarcare il sondaggio realizzato dall’agenzia Reuters tra analisti americani e inglesi. Questi ritengono che il Paese, nonostante l’instabilità politica e istituzionale, torni ad essere appetibile per gli investitori che prevedono un incremento nel prezzo del barile di petrolio e osservano con interesse come migliorano i rendimenti dei bond venezuelani.

Eppure non è un segreto che l’economia del Paese sia prossima al collasso, che il pericolo di default sia solo stato rimandato e che il Venezuela resti comunque esposto per 62 miliardi di dollari, tale sarebbe il debito sovrano sommato a quello della holding petrolifera.

Il Governo, prima con a capo l’estinto presidente Chávez e oggi con il presidente Maduro, ha sempre privilegiato l’immagine internazionale. Per questo, nel 2015, nonostante le enormi difficoltà economiche, il Paese ha rispettato gli impegni internazionali.

Oggi, con il prezzo del greggio a poco più di 30 dollari il barile, dovrà scegliere se pagare il debito estero, interesse e capitale, o investire nel Paese che, stando a tutti gli analisti, è prossimo a un’esplosione sociale.

Ormai nessuno più crede ai ministri. Né a quello dell’Industria e del Commercio, che a più riprese quest’anno ha promesso che migliorerà l’offerta dei prodotti; né a quello della Salute, che ha negato la carenza di medicine e smentito le Ong che denunciano l’assenza di oltre l’85 per cento dei medicinali nelle farmacie; né a quello degli Esteri che viaggia per il mondo pubblicizzando un’immagine idillica del paese che solo esiste nelle cartoline del Governo.

A smentire i ministri sono la paralisi industriale, i bambini e gli anziani che muoiono per mancanza di farmaci, le lunghe file alle porte dei piccoli generi alimentari, l’incremento della delinquenza e delle vittime della violenza e, dulcis in fundo, i conati di saccheggio e le manifestazioni di protesta represse con particolare violenza, come lo dimostrano le foto che fanno il giro del mondo.

Immagini come quella dell’uomo in sedia a rotelle che protesta di fronte ad un mezzo blindato dell’esercito valgono più di mille parole.

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