Banco di prova della maggioranza. E’ scontro tra Renzi e D’Alema

Pubblicato il 12 luglio 2016 da redazione

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Tempio di Adriano per presentare il libro di Massimo D'Alema (S) "Non solo euro", Roma, 18 marzo 2014. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Tempio di Adriano per presentare il libro di Massimo D’Alema (S) “Non solo euro”, Roma, 18 marzo 2014.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

ROMA. – Nessuna “imboscata” sul ddl enti locali, la maggioranza assoluta di 161 ci sarà. I centristi sminano così, all’indomani di un voto del Senato per il quale tra i Dem qualche preoccupazione resta, il campo da possibili trabocchetti estivi al governo. Governo che si avvia alla sua cruciale partita referendaria in un contesto nel quale aumentano, tra i partiti alleati del Pd e anche tra i Dem, le pressioni per modificare l’Italicum.

Mentre, nel caso dell’ex premier Massimo D’Alema, il clima ormai è quello dello scontro frontale e spazia dalla legge elettorale alle riforme con la novità della Banca Etruria. “C’e’ stato qualche governo di sinistra che ha privatizzato la Telecom. Ci sono stati capitani coraggiosi che hanno fato operazioni discutibili…”, è la stoccata che Renzi indirizza a D’Alema dai microfoni di Rtl.

E D’Alema reagisce tornando a bocciare, nettamente, riforme e legge elettorale, e andando a toccare, ai microfoni del Tg5, un nuovo tasto delicato degli ultimi mesi del governo. “Renzi parla di cose che non conosce. Potrebbe parlarci delle fughe di notizie sulla Banca Etruria e dell’insider trading, questo è un argomento che forse conosce bene…”, è il suo affondo. Affondo che, secondo fonti parlamentari, avrebbe irritato non poco Renzi che, tuttavia, preferisce non parlare.

A replicare ci sono invece parlamentari renziani come Alessia Morani o Andrea Marcucci: “D’Alema che parla di banche non è credibile, se sa qualcosa vada in procura”, è la loro reazione. Matteo Renzi, nel frattempo, prova a cambiare, abbassandoli, i toni della campagna, sgombrando il campo “da fantasmagorici retroscena” su eventuali suoi successori per un governo ‘di scopo’ e dicendosi “allucinato” da politici che vivono “in un cappa di vetro” e che parlano di cose che riguardano il loro futuro, e non quello della gente comune.

Ed anche il suo recarsi subito in Puglia risponde – fanno notare in Transatlantico – ad un cambio d’atteggiamento che peraltro era stato sollecitato dalla stessa minoranza, critica sul fatto che il premier finora avrebbe evitato di mettere la faccia su disastri come quelli dell’alluvione in Liguria.

Ma, in vista del referendum, le ‘spine’ nel fianco del premier restano diverse. C’è il nodo Italicum, sul quale forte è il pressing non solo nel Pd ma anche da parte dei centristi, che spingono per un modifica (con premio alla coalizione) prima di un appuntamento referendario in vista del quale anche Lamberto Dini manifesta la sua contrarietà.

Mentre in Ap le distanze tra governativi e dissidenti, benché sul voto di domani si assicuri che non vi saranno sorprese, restano evidenti e risultano anzi amplificate dalla visita ad Arcore del capogruppo al Senato Renato Schifani.

La rottura, osserva una fonte parlamentare, ormai c’è, a dispetto che ci sia o meno la riunione dei senatori con Angelino Alfano. Riunione che, al momento, si dà per probabile ma in merito alla quale una convocazione non è ancora arrivata. E il giallo, forse, è l’ulteriore sintomo di un partito che rischia la crisi di nervi.

(di Michele Esposito/ANSA)

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