Muore in ospedale Bernardo Provenzano, capo dei capi di Cosa nostra

L'arresto di Bernardo Provenzano, capo dei capi di Cosa nostra
L'arresto di Bernardo Provenzano, capo dei capi di Cosa nostra
L’arresto di Bernardo Provenzano, capo dei capi di Cosa nostra

PALERMO. – Quando, dopo 43 anni di latitanza, gli uomini della Mobile di Palermo entrarono nel suo ultimo covo, una povera masseria a due passi da Corleone, li guardò accennando un mezzo sorriso e disse: “non sapete cosa state facendo”. Una frase aperta a mille interpretazioni, misteriosa. Come gran parte della sua vita e della sua latitanza.

Da quel giorno, l’11 aprile del 2006, nessuno ha più chiesto a Bernardo Provenzano, capo dei capi di Cosa nostra, cosa avesse voluto dire. Il senso di quelle parole è uno dei tanti segreti che il padrino di Corleone, morto a 83 anni nel reparto 41 bis dell’ospedale San Paolo di Milano, porterà con sé.

Dopo l’arresto e i primi anni nel carcere di Terni, il padrino viene trasferito a Parma, poi a Milano. Sempre in regime di 41 bis, nonostante le sue condizioni di salute siano giudicate da diversi periti molto gravi.

La parabola discendente del boss, riuscito a traghettare Cosa nostra oltre le secche in cui era finita dopo la stagione stragista voluta dal compaesano Totò Riina, comincia nel 2012, quando un agente penitenziario lo trova con un sacchetto in testa.

Prove di suicidio o le prime manifestazioni di una malattia neurologica da cui non guarirà mai? La procura di Palermo sulla vicenda apre un fascicolo: l’occasione per i pm per andare a interrogarlo in carcere e sondarne le intenzioni di pentirsi.

Troveranno un boss confuso, che non distingue presente e passato. Poi arriva la caduta in carcere e l’intervento per la rimozione di un ematoma. Un lento declino che lo renderà incapace anche di partecipare all’ultimo dei grandi processi a cui dovrebbe essere sottoposto, quello sulla trattativa Stato-mafia che lo vuole interlocutore di pezzi infedeli dello Stato in un dialogo avviato per fare cessare le stragi.

Decine di perizie dicono che sta male – molte le patologie di cui soffre – e che le sue condizioni non sono compatibili col carcere. Altre ne escludono la pericolosità che è presupposto per l’applicazione del 41 bis. Ma sia la magistratura di sorveglianza di Roma, competente per le decisioni sul carcere duro, sia i tribunali di sorveglianza di Bologna e Milano, a cui i suoi legali chiedono la sospensione della pena, non cedono di un passo.

Provenzano, decine di ergastoli per omicidio e strage da scontare, resta al 41 bis e in galera: lì è curato meglio, scrivono i magistrati. Anche se tre Procure mettono nero su bianco il parere favorevole alla revoca del regime detentivo speciale.

Con i familiari, la moglie Saveria Palazzolo e i figli Angelo e Francesco Paolo, si vede una volta al mese. Venerdì scorso, quando i sanitari hanno capito che la broncopolmonite da cui era affetto non gli avrebbe dato scampo, chiamano i parenti per l’ultimo incontro. Stavolta a separarli non c’è il vetro divisorio del 41 bis: unica eccezione al rigore della legge.

“Provenzano per me è morto quattro anni fa, dopo la caduta nel carcere di Parma e l’intervento che ha subito. Da allora il 41 bis è stato applicato ai parenti e non a lui, visto che non era più in grado di intendere e volere e di parlare da tempo”, dice, polemica, l’avvocato del boss Rosalba Di Gregorio, che negli ultimi anni ha chiesto due volte la revoca del carcere duro, una volta la sospensione della pena e una la detenzione domiciliare ospedaliera. Istanze tutte respinte.

Tre giorni fa il primario del reparto del San Paolo ha inviato al giudice di sorveglianza di Milano l’ultima relazione sulla salute del detenuto. Ma per il giudice, che ha detto no al differimento pena, i “trascorsi criminali” del boss e il “valore simbolico del suo percorso criminale” lo avrebbero esposto, “qualora non adeguatamente protetto nella persona” e “trovandosi in condizioni di assoluta debolezza fisica”, ad “eventuali ‘rappresaglie’ connesse al suo percorso criminale”.

Il corpo del vecchio padrino è ora all’istituto di Medicina Legale. I pm di Milano hanno disposto l’autopsia. Mentre il questore di Palermo ha già fatto sapere che i funerali si svolgeranno per motivi di ordine pubblico in forma privata. Solo i familiari potranno accompagnare il feretro al cimitero.

Probabilmente quello di Corleone, paese in cui il boss è nato e in cui, dieci anni fa, venne catturato seguendo la biancheria sporca che, dopo l’arresto dei suoi principali favoreggiatori, era costretto a far lavare dalla moglie.

(di Lara Sirignano/ANSA)

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