Allarme dell’Istat, in povertà assoluta 4,6 milioni di italiani

Clochard nel centro cittadino a Napoli, 09 ottobre 2012. ANSA/CIRO FUSCO
Clochard nel centro cittadino a Napoli, 09 ottobre 2012.  ANSA/CIRO FUSCO
Clochard nel centro cittadino a Napoli, 09 ottobre 2012.
ANSA/CIRO FUSCO

CARACAS. – Mentre alla Camera è in discussione, in prima lettura, il disegno di legge delega con le misure per il contrasto alla povertà e il riordino delle prestazioni sociali un report dell’Istat certifica che circa quattro milioni e mezzo di persone in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta.

Un record negativo che ha sollevato indignazione. Nel 2015 l’istituto di statistica stima che le famiglie in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e le persone a 4 milioni e 598 mila, il numero più alto dal 2005.

Il quadro che emerge dalle statistiche è poco confortante. L’incidenza della povertà assoluta si mantiene stabile negli ultimi tre anni per le famiglie, ma cresce se misurata in termini di persone: 7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013.

Questo andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie più numerose (per le coppie con 2 figli sale dal 5,9 del 2015 all’8,6%) e tra quelle di soli stranieri: si passa dal 23,4% del 2014 al 28,3% del 2015, con margini più accentuati al Nord (dal 24% al 32,1%. Segnali di peggioramento si registrano anche tra chi vive nelle aree metropolitane (sale dal 5,3% al 7,2%) e tra i 45-54enni.

La povertà assoluta invece diminuisce se aumenta l’età del capofamiglia (il valore minimo, 4%, nelle famiglie con un’ultra 64enne come riferimento) e il titolo di studio: se chi ha in mano i cordoni della borsa è almeno diplomato l’incidenza della povertà è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare.

Si amplia l’incidenza della povertà assoluta se il capofamiglia è operaio mentre resta contenuta se la persona di riferimento è dirigente, quadro o impiegato.

A livello territoriale è il Mezzogiorno a registrare i valori più elevati di povertà assoluta.

L’Istat stima anche l’incidenza della povertà relativa che viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale che individua la spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definiti povera in termini relativi: nel 2015 sono stimate in 2 milioni 678 mila le famiglie in condizione di povertà relativa per un totale di 8 milioni 307 mila persone.

L’intensità della povertà nel 2015 corrisponde a una spesa media equivalente delle famiglie pari a 808,36 euro mensili; nel 2014 era di 811,31 euro mensili. Nel Mezzogiorno, alla più ampia diffusione della povertà si associa la maggiore gravità del fenomeno: la spesa media mensile equivalente delle famiglie povere è pari a 785,75 euro, contro 804,23 euro rilevati nel 2014.

L’Unione nazionale dei consumatori parla di “vergogna nazionale” mentre Federconsumatori e Adusbef ricordano che il campanello d’allarme era già suonato: “dal 2008 a oggi le famiglie hanno ridotto i propri consumi, alimentari -11%, quelli relativi alle spese per la salute e per le cure -28,8%”.

Rispetto al 2014, secondo la Caritas, le persone in povertà assoluta nel 2015 sono quasi mezzo milione in più. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan rassicura che il Governo “è impegnato a migliorare le condizioni di vita dei cittadini”, anche attraverso la riduzione della pressione fiscale, “e a creare occupazione. L’occupazione è il primo strumento di contrasto delle diseguaglianze”.

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