Arriva il “reddito di inclusione”, scontro Pd-M5s

Pubblicato il 14 luglio 2016 da redazione

La Camera ha approvato il decreto  ANSA/GIUSEPPE LAMI

La Camera ha approvato il decreto
ANSA/GIUSEPPE LAMI

ROMA. – La Camera approva il ddl del governo di contrasto alla povertà, che ora passa al Senato. Si tratta di una legge che per la prima volta in Italia vuole coordinare tutti gli strumenti di assistenza, vale a dire i benefici in denaro, i servizi sociali e i servizi per la ricerca del lavoro che confluiranno nel “reddito di inclusione”.

Un approccio innovativo che però non piace alle opposizioni, a partire da M5s, che ha riproposto in alternativa il proprio reddito di cittadinanza, dichiarato però inammissibile per l’assenza di copertura finanziaria.

Si tratta della “prima misura organica della storia repubblicana contro la povertà approvata oggi in prima lettura: 1,6 miliardi in due anni”, ha commentato soddisfatto il premier Matteo renzi in serata. Il provvedimento è un collegato alla legge di Stabilità che, lo scorso dicembre, ha istituito un Fondo per la lotta alla povertà, dotato dal 2017 di un miliardo (per il 2016 in via sperimentale erano stanziati 600 milioni).

Con il ddl approvato si riordina l’intero settore istituendo una “una misura nazionale di contrasto della povertà”, denominata “reddito di inclusione”. Il nome, introdotto con un emendamento di Donata Lenzi (Pd) ha suscitato l’ira di M5s. I Pentastellati avevano visto dichiarato inammissibile un proprio emendamento che sostituiva l’intero ddl con il proprio cavallo di battaglia, vale a dire il reddito di cittadinanza: il costo di 17 miliardi non aveva copertura.

Una proposta criticata dalla maggioranza non solo per i costi elevatissimi, ma perché accusata di essere una misura assistenziale. Critica respinta al mittente da M5s. Luigi Di Maio ha parlato di “ipocrisia” del Pd per l’assonanza tra i “reddito di inclusione” e quello di cittadinanza, e Alessandro Di Battista ha detto che il ddl “serve solo a Renzi per farsi uno spot”.

Ora la parola spetta al governo (il ddl è una delega) che entro sei mesi dovrà emanare uno o più decreti attuativi del reddito di inclusione, che dovrà tradursi in un mix tra beneficio in denaro, prestazione di servizi alla persona e alla famiglia, e aiuto nella ricerca del lavoro.

Analogamente ad esperienze di altri Paesi del Nord Europa, il reddito di inclusione comporterà “l’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa”, che sarà messo a punto da una “équipe multidisciplinare” costituita dalle “amministrazioni competenti sul territorio in materia di servizi per l’impiego, la formazione, le politiche abitative, la tutela della salute e l’istruzione”, con il coinvolgimento dell’interessato.

La scommessa riguarda quindi la capacità delle varie amministrazioni pubbliche presenti nelle varie Regioni di coordinarsi tra loro per sostenere i beneficiari. La Camera ha anche separato assistenza e previdenza, cosa criticata mercoledì da Tito Boeri.

Il testo del governo prevedeva infatti la “razionalizzazione delle prestazioni di natura assistenziale, nonché di altre prestazioni anche di natura previdenziale, fatta eccezione per le prestazioni legate alla condizione di disabilità e di invalidità”; non venivano quindi escluse una “razionalizzazione” delle pensioni di reversibilità, le quali oggi vengono attribuite anche a vedove (o vedovi) con un alto patrimonio.

La Camera ha invece escluso dal riordino “le prestazioni rivolte alla fascia di popolazione anziana non più in età di attivazione lavorativa”.

(Di Giovanni Innamorati/ANSA)

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