La spina nel fianco della famiglia presidenziale venezuelana

Pubblicato il 25 luglio 2016 da redazione

di Mauro Bafile

CARACAS. – Una spina nel fianco della famiglia presidenziale. Un altro duro colpo all’attendibilità internazionale dell’esecutivo. I flash di agenzia, le notizie riportate dai quotidiani e le indiscrezioni che corrono veloci lungo la rete assicurano che i nipoti della “First Lady” di Miraflores, Cilia Flores, avrebbero ammesso di essere implicati in una vasta rete di traffico di droga.

Se ciò è vero, l’arresto e la confessione di Antonio Campo Flores, figlioccio del presidente Maduro, e Francisco Flores de Freitas, nipote di Cilia Flores, sono le prove di cui gli Stati Uniti avevano bisogno per confermare la complicità di esponenti del governo non solo nella violazione sistematica dei diritti umani, ma anche in atti di corruzione e nel traffico di droga, e per giustificare la decisione dell’amministrazione Obama di dare l’ok a una serie di sanzioni nei confronti non del Venezuela e dei venezuelani, come a volte si vorrebbe far credere, ma di alcuni funzionari ed ex funzionari dell’amministrazione attuale.

Antonio Campos Flores e Francisco Flores furono arrestati lo scorso anno a Haitì in un’operazione condotta dalla Dea con la collaborazione della polizia locale. I due presunti “narcos” sarebbero stati fermati a Port-au-Prince mentre, secondo l’accusa, organizzavano l’invio di 800 chili di cocaina al colosso del nord attraverso l’Honduras.

Immediatamente estradati negli “States”, il 17 dicembre in un tribunale di New York si sono dichiarati innocenti. Ma, stando a quanto pubblicato dai maggiori quotidiani all’estero e assicurato dalle agenzie internazionali, già sull’aereo che li portava negli Stati Uniti avrebbero confessato di dirigere una vasta organizzazione delinquenziale.

Dichiarazione, questa, alla quale pochi danno credito. Sono in molti a chiedersi perché o chi abbia consigliato ai nipoti di Cilia Flores di assumersi ogni responsabilità e rischiare il carcere a vita.

Come già avvenuto al momento dell’arresto un anno fa, in seno al governo vi è un comprensibile riserbo e ai mass-media controllati dallo Stato o dal “chavismo” pare sia stato dato l’ordine di non parlare dell’“affaire”. Ma la proibizione imposta dalle alte sfere del potere non ha frenato il “tam-tam” dei social-network.

L’immagine del presidente Maduro a livello internazionale continua a subire colpi. A nulla vale denunciare un presunto complotto per rimuovere il capo dello Stato. Prima l’Osa, con la richiesta di Luis Almagro di applicare la “Carta Democratica” al Venezuela; poi la polemica in seno al Mercosur, iniziata dal Paraguay, per il normale avvicendamento della Presidenza dell’organizzazione che avrebbe dovuto assumere il Venezuela; quindi la richiesta dell’Onu di accettare l’esistenza di una crisi umanitaria, e infine le esigenze espresse dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani che si è fatta eco delle preoccupazioni dell’Onu.

Insomma, il governo del presidente Maduro è in balia della tempesta e non riesce a uscirne. Intanto, stando ai sondaggi delle maggiori agenzie demoscopiche, la popolarità del capo dello Stato ha raggiunto i minimi storici e se oggi dovesse realizzarsi il Referendum revocatorio, il trionfo dell’Opposizione sarebbe assicurato.

L’“affaire” dei nipoti del presidente Maduro sbarca in Parlamento. La deputata Delsa Solórzano, infatti, ha affermato che mercoledì se ne parlerà in seno alla “Subcomisión Especial Antidroga”. Tante le domande senza risposta. Ad esempio, perché Antonio Campos Flores e Francisco Flores avevano passaporti diplomatici ai quali non tutti hanno accesso.

E mentre si apre un nuovo capitolo nella vicenda dei presunti “narcos” apparentemente beccati “in flagrante” dalla Dea, il tema del Referendum revocatorio continua a tener banco. Opposizione e “chavismo” sembrano ormai smarriti nel loro labirinto.

I primi soffrono per la mancanza di un programma preciso per la conquista del potere. Non un coro ma voci sparse. Mentre il Tavolo dell’Unità ribadisce i capisaldi per avviare un dialogo con il governo, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Henry Ramos Allup, sorprende nel negare che esistano esigenze inderogabili per iniziare le manovre d’intesa.

– Se si parte con pretese – ha detto il presidente del Parlamento – non si arriverà mai a un dialogo.

Il Referendum revocatorio è l’obiettivo che si è posto il Tavolo dell’Unità che ha convocato a una “grande manifestazione” mercoledì prossimo per esigere al Consiglio Nazionale Elettorale la data del prossimo passo, l’ultimo prima della consulta popolare: la raccolta del 20 per cento delle firme della lista elettorale.

Il Cne, fino ad oggi, ha guadagnato tempo. Stando a indiscrezioni sarebbe in attesa di ordini “superiori”. Ma tanto nell’esecutivo come nel “chavismo” vi sarebbe confusione. Se è vero che il governo del presidente Maduro vorrebbe evitare la consulta popolare, che stando ai sondaggi lo condannerebbe irrimediabilmente a un ritiro forzato, lo è anche che in seno al Psuv vi è una corrente sempre più forte orientata verso la realizzazione del Referendum per rimandare le elezioni amministrative. La maggior parte dei governatori del partito è sicura che l’elettorato, posto in condizione di scegliere, voterebbe i candidati dell’Opposizione.

Non si sa fino a quando il Consiglio Nazionale Elettorale sarà in grado di temporeggiare e neanche quale sarà l’atteggiamento delle Forze Armate, ora che il ministro della Difesa è stato investito di grandi poteri.

Mentre il presidente del Psuv, Diosdado Cabello, insiste nel dire che quest’anno, ma neanche il prossimo, vi saranno le condizioni per una consultazione popolare, stando a indiscrezioni, sembrerebbe che alcuni settori del governo e dell’opposizione avrebbero già iniziato incontri per analizzare la possibilità di una transizione “soft” che permetta la sopravvivenza del “chavismo” alla crisi e la sua convivenza con i partiti dell’arco costituzionale. Conversazioni molto delicate, tanto per l’argomento come per i tempi a disposizione.

Il confronto tra governo e opposizione si fa sempre più aspro mentre la qualità di vita del venezuelano peggiora di giorno in giorno. Le agenzie demoscopiche, nei loro sondaggi, coincidono nell’affermare che l’accesso a una buona alimentazione è negato a un numero sempre maggiore di venezuelani.

I risultati dei rilevamenti smentiscono le recenti affermazioni del vicepresidente Ricardo Menèndez che, partecipando a un “forum” organizzato dall’Onu, ha affermato categoricamente che il 94 per cento dei venezuelani consuma tre e anche quattro pasti al giorno.

Le agenzie demoscopiche, invece, coincidono nel sostenere che il 90 per cento dei venezuelani acquista ogni giorno un volume minore di alimenti (Datos), il 31 per cento assicura di consumare meno di 3 pasti il giorno (Venebarómetro) e il 15 per cento afferma che, a causa dalle circostanze, è obbligata ad una alimentazione monotona e insufficiente.

Stando poi all’“Encuesta Condiciones de Vida” dello scorso anno, i venezuelani seguirebbero ormai una “dieta di sopravvivenza”: il 12,1 per cento mangerebbe meno di due pasti al giorno costituitida farina di mais, riso, pasta e grassi. Scomparsi dalla mensa familiare, frutta e vegetali.

In ultimo da segnalare l’ingente somma di denaro (22 milioni di dollari e 700 milioni di bolívares) necessaria per riscattare la fabbrica di pannolini, assorbenti per donne e carta igienica, Kimberly Clark, che aveva dichiarato fallimento di fronte all’impossibilità di ottenere valuta per importare materia prima.

Insomma, sembrerebbe che il governo starebbe provocando il crack di aziende, negando loro la valuta, per poi appropriarsene e investirvi grosse quantità di denaro per renderle nuovamente produttive. C’è da chiedersi: cui prodest?

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