Torna la schiavitù in Venezuela?

Mauro Bafile

In questi giorni non si è parlato d’altro. C’è chi con sincera preoccupazione e chi, invece, con l’ironia tipica del “criollo”. Tutti, comunque, con genuina sorpresa. L’annuncio, se non fosse per le implicazioni intrinseche, sarebbe stato accolto solo come una bizzarra stravaganza. Invece…

Il provvedimento N. 9855, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, autorizza il governo, qualora lo considerasse necessario o una ditta glielo chiedesse, a trasferire operai da un’azienda all’altra senza che né l’operaio né il datore di lavoro possano opporsi.

E’ ovvio che un tale decreto, in un paese in guerra, non meraviglierebbe più di tanto. Ma non è questo il caso del Venezuela. La disposizione, quindi, preoccupa non solo perché evoca i tempi della schiavitù e della servitù che la sostituì, ma soprattutto per le sue implicazioni economiche e sociali.

La proibizione della schiavitù, tra la fine del secolo XVII e l’inizio del XVIII, non rispose a criteri di carattere etico o umano ma a questioni ben più terrene: a un calcolo di convenienza economica. Il caso danese è il miglior esempio. Danimarca, sul piano formale, fu il primo paese ad abolire la schiavitù, nonostante possedesse alcune colonie.

La Commissione d’inchiesta, incaricata di studiare la questione, affrontò l’argomento in termini pragmatici. E la conclusione alla quale giunse nel 1792 fu che la schiavitù non poteva considerarsi redditizia per i suoi costi in termini economici. Era meno oneroso pagare un salario da fame e imporre orari impossibili agli operai.

In Venezuela, il problema della schiavitù fu posto in altri termini. L’esercito del “Libertador”, all’alba del 1800, aveva bisogno di soldati. Nessuno dubita che Simón Bolívar fosse sinceramente contrario alla schiavitù e la considerasse un’aberrazione, ma nel 1810 il decreto che stabilì la loro libertà fu legato alla necessità di ingrossare le file dell’esercito stremato da battaglie sanguinose e da ingenti perdite di vite umane. Gli schiavi, dal canto loro, non avevano nulla da perdere ma solo una vita in libertà da guadagnare.

Il governo del presidente Maduro, oggi, cancella con un colpo di spugna la libertà dei lavoratori di scegliere dove lavorare. Si pone, quindi, un problema di libero arbitrio. Chi s’impiega in un’azienda lo fa per molti motivi e non solo per un salario: la vicinanza del posto di lavoro al luogo in cui si vive, i benefici che si ottengono dal contratto che si firma, così come dall’ambiente umano.

Insomma, è una decisione personale. Obbligare un operaio a trasferirsi da una fabbrica all’altra contro la propria volontà è una violazione al principio di libertà sancito dalla Costituzione. Ma non è tutto.

Le aziende solo impiegano il personale di cui hanno bisogno. Specialmente in epoca di crisi. Obbligare un’industria produttiva a cedere operai per permettere a un’altra, magari concorrente, di superare una crisi che si ritiene congiunturale, vuol dire rallentare il ritmo di produzione di quellaefficiente che sarebbe obbligata a cedere parte del proprio personale. In termini pragmatici, si risolve un problema ma se ne provoca un altro.

Pensare di poter gestire un’azienda con gli stessi criteri burocratici dei ministeri vuol dire non conoscere la dinamica produttiva di un paese ed essere a digiuno delle più elementari nozioni di teoria economica. Bisognerà quindi attendere le prossime mosse del governo per capire tutte le implicazioni del decreto.

Il provvedimento 9855, comunque, ha già ottenuto un risultato. Per una settimana è riuscito a distrarre l’attenzione della politica dai temi che, fino a ieri, erano il nucleo del dibattito, l’epicentro dell’interesse collettivo: la diatriba tra governo e opposizione, l’apertura del dialogo e il Referendum revocatorio.

Stando a quanto affermato dal Nunzio apostolico, Aldo Giordano, il governo non ha ancora invitato formalmente il Vaticano a integrare la delegazione internazionale che, assieme a Unasur, all’ex premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, e agli ex presidenti Leonel Fernández e Martín Torrijo, partecipa alle prove di dialogo tra esecutivo e opposizione.

Le affermazioni dell’ambasciatore della Santa Sede, qualora ce ne fosse stato bisogno, sono state corroborate dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolìn, che ha assicurato che il Vaticano non eluderebbe la responsabilità qualora fosse chiamato formalmente a partecipare. E ha approfittato per sottolineare il desiderio che in Venezuela si realizzi quanto prima il Referendum revocatorio.

A proposito della consulta popolare, si fanno sempre più evidenti le contraddizioni in seno all’Esecutivo, al Psuv e all’Opposizione. Mentre l’ala radicale del partito di governo, il cui esponente più importante è il deputato Diosdado Cabello, sostiene con fermezza che il Referendum non si farà, e il governo, per ovvie ragioni, si oppone con tenacia a qualunque esame della propria gestione, cresce l’ala moderata che vede nella consulta una valvola di sfogo per le tensioni sociali che si accumulano nel Paese.

In seno all’Opposizione, la realizzazione del Referendum è considerata un’esigenza inderogabile, condizione indispensabile per avviare un dialogo ma, anche qui, cresce un’ala moderata che considera il dialogo indispensabile comunque. C’è anche chi già pensa, in entrambi gli schieramenti, in un “dopo Maduro”.

Da varie parti si segnala il pericolo di un’esplosione sociale. Il prossimo governo, qualunque esso sia, avrà bisogno di una larga base per applicare le misure draconiane necessarie per affrontare la crisi. Da qui, come accadde all’indomani dell’insurrezione del 1958, l’esigenza di un programma minimo comune che permetta la governabilità e stabilisca dei paletti indispensabili per la convivenza politica.

Non si tratta semplicemente di un governo di transizione ma di un programma di ampio respiro con obiettivi comuni e indeclinabili per ricostruire il benessere del Paese. Ma, per limare le asprezze e raggiungere un accordo, ci vorrà un abile lavoro di diplomazia. Non sarà facile.

Intanto la violenza politica continua a crescere e comincia a trasformarsi in una caratteristica del Paese. Mentre i mass media indipendenti sono messi alle corde e i giornalisti minacciati dalle bande di motociclisti o con telefonate anonime – e la nostra Voce non fa eccezione -, sono sempre di più i leader politici dell’Opposizione aggrediti.

Nello stato Trujillo il deputato Conrado Pérez è stato attaccato da un gruppo di delinquenti in moto mentre partecipava a una manifestazione per promuovere il Referendum revocatorio. L’auto di sua proprietà è stata data alle fiamme sotto gli occhi di tutti i passanti.

Dal canto suo, il governatore dello stato Miranda, Henrique Capriles Radonski, ha denunciato il tentativo delle forze dell’ordine di sbarrargli l’accesso allo stato Sucre per evitare che potesse partecipare a eventi strettamente collegati con la promozione del Referendum.

In ultimo, da sottolineare che la ministro degli Esteri, Delcy Rodrìguez, ha comunicato ai paesi membri del Mercosur l’inizio formale del semestre di presidenza venezuelano. Immediata la risposta di Argentina e Paraguay, entrambi contrari a questo avvicendamento.

Mentre il Paraguay sostiene che in Venezuela non si rispettano i diritti umani, condizione sine qua non per assumere la presidenza dell’organismo, l’Argentina, più diplomaticamente, difende la tesi secondo cui il Paese non ha ancora firmato i “protocolli d’intesa” che gli furono presentati nel 2012 quando s’integrò al Foro. Quindi, afferma l’Argentina, il Venezuela non ha tutti i numeri per assumere la presidenza dell’organismo latinoamericano.

Si attende, ora, di conoscere la posizione del Brasile e dell’Uruguay.

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