Hillary torna in testa nei sondaggi. Donald scalpita e si dispera

Democratic presidential nominee Hillary Clinton takes the stage during the final day of the Democratic National Convention in Philadelphia , Thursday, July 28, 2016. (ANSA/AP Photo/Mark J. Terrill)

di Flavia Romani

NEW YORK – Lei di nuovo in testa ai sondaggi; lui che scalpita, si affanna, rincorre e si dispera. Gli effetti delle “convention”, costruiti a opera d’arte come le grandi produzioni hollywoodiane, cominciano a dissiparsi ela realtà torna a fare capolino.

Secondo la Cbs, Hillary Clinton cavalca il 46 per cento delle preferenze mentre Trumpsi attesta su un 39 per cento. Un discorso sobrio, positivo, capace di arrivare sia alla mente che al cuore degli americani, dato nel corso dellaconvention democratica, ha iniziato a spostare l’ago della bilancia verso Hillary Clinton, la prima donna nella storia degli Stati Uniti ad ottenere una “nomination” nella corsa per la Casa Bianca.

Ma, la spinta decisiva la sta ricevendo quasi quotidianamente dagli errori dell’avversario, che mettono in evidenza la sua profonda ignoranza, superbia e arroganza.

Mancano poco più di 90 giorni all’appuntamento elettorale. E la sfida tra Hillary e Donald è entrata nel vivo. Nessuna esclusione di colpi.

Clinton approfitta del cyber attacco ai server del partito democratico per accusare la Russia di Putin di voler condizionare la politica americana e di sostenere, da dietro le quinte, la candidatura del “Tycoon”. Ovviamente il Cremlino spedisce al mittente ogni insinuazione e parla di accuse “scandalose”, “offensive” e “meschine”.

Ma, a sostegno della tesi democrat, vi sono non solo l’inaudito appello di Trump alla Russia (“Spero riuscirete a trovare le 30mila email di Hillary scomparse”) che ha alimentato i dubbi sui legami più o meno occulti tra il candidato repubblicano e Putin ma, soprattutto, le relazioni del braccio destro del Tycoon, l’italo-americano Paul Manafort, che ha lavorato con il governo ucraniano sostenuto dalla Russia, prima della guerra civile. Manafort fu consigliere dell’ex presidente Vicktor Ianukovich, puntellato da Mosca.

L’incredibile richiesta del magnate del mattone al Cremlino ha risvegliato vecchie preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. Non a caso autorevoli leader democratici hanno esortato la Cia a non inserire “The Donald” nei “briefing top secret”.

Il che romperebbe una tradizione, rinsaldata nel tempo, che i candidati ricevano informazioni “privilegiate”. Insomma, un’infarinatura sui rapporti dell’intelligence che riceveranno una volta alla Casa Bianca.

L’atteggiamento di Trump spaventa, oggi, anche chi lo sostiene. E la corrente conservatrice e xenofoba americana comincia a chiedersi se l’incoronazione del magnate sia stata una scelta opportuna. La reazione alle parole a dir poco offensive nei confronti dei genitori del soldato di fede musulmana morto da eroe mentre cercava di salvare i suoi compagni da una mina, ha provocato forte irritazione tra i repubblicani.

Alcuni hanno criticato le parole di Trump pur senza nominarlo; altri si sono semplicemente dissociati da quanto affermato dal candidato; altri ancora, come nel caso di McCaine le hanno severamente criticate.

– Non sono d’accordo – ha detto chiaramente e senza mezzi termini McCaine. – Mi auguro che gli americani capiscano che i commenti di Trump non rispecchiano le posizioni del partito repubblicano. Trump – ha poi aggiunto – deve dare l’esempio al Paese. Anche se il partito gli ha dato la nomination, questa non è accompagnata da una licenza per diffamare i nostri eroi.

In parole povere, la “nomination” non è un assegno in bianco e il partito repubblicano potrebbe anche decidere di negargli improvvisamente il suo appoggio.

Mentre Trump si scaglia contro l’avversaria, definendola “il diavolo” e agita lo spettro di elezioni truccate volte a favorire la candidata democratica, lo stesso presidente Barack Obama interviene nella campagna elettorale e lo fa a gamba tesa.

In un affondo durissimo invita i repubblicani a ritirare il loro appoggio ad un candidato che non sarebbe capace di assumere la responsabilità del governo del paese.

– Sta dimostrando di non essere adatto a fare il presidente degli Stati Uniti – ha detto Obama -. E’ impreparato e non ha le conoscenze di base su questioni fondamentali. Non si tratta di gaffe sporadiche ma di situazioni che si ripetono giorno dopo giorno.

Se in casa dei repubblicani si assiste ormai inquieti alle gaffe del magnate newyorchese, anche in quella dei democratici il clima è in ebollizione. Lo scandalo delle mail contro Sanders ha fatto le sue vittime. Ed era inevitabile.

I vertici del partito sono stati azzerati. Non solo è caduta la testa del presidente del Democratic National Comitee, Debbie Wasserman Schultz, ma hanno presentato le dimissioni anche il Ceo, Amy Dacey; il responsabile delle finanze, Brad Marshall; e il N. 1 delle comunicazioni, Luis Miranda.

I democratici hanno fatto “tabula rasa” nel tentativo di lasciarsi alle spalle una spiacevole vicenda che potrebbe incidere negativamente sulla campagna dell’ex First Lady che vuole tornare alla Casa Bianca da Chief Commander.