Quando nessuno emigrava dal Venezuela

Pubblicato il 04 agosto 2016 da redazione

psicologhe

di Anna Maria Tiziano

CARACAS.- Il cielo schairisce poco a poco. Inizia un nuovo giorno, i voli gioiosi delle “guacamayas” colorano questa antica e famosa “città dai tetti rossi” che, l’arte di Graziano Gasparini e tanti altri come lui, ha saputo immortalare nel “tempo del sorriso perpetuo”.

L’Avila, è sempre la stessa…. montagna “madre”, accompagna da secoli la storia di un popolo generoso e abituato ad accettare “la vita”, con il sorriso sulle labbra.

Si… Però… Qualcosa ha appannato poco a poco, quel tradizionale “sorriso”, sostituendolo con solchi affaticati di tanti, tanti volti giovanissimi, adulti, anziani, “volti“ stremati, anche dalla fatica, nella ricerca di viveri “per vivere”.

È vero! Ormai, il “mestiere di vivere” in Venezuela, s’è trasformato in spossanti code per poter comprare un filoncino di pane, in esauste ricerche, da un farmacia all’altra, per poter “trovare” quella medicina “indispensabile” per la nostra salute.

Così, quando le mamme spiegano, alle loro creature incredule che: neppure lo zucchero “si trova” per fare una piccola torta in casa e che la tavoletta di cioccolata: “non si può acquistare”… perchè “costa più di mille bolivares”… un paio di occhi ingenui, guardano le “labbra di mamma” muoversi, non “afferrando bene” il significato di frasi così difficili e tristi.

E, intanto, si cammina, per un altro giorno ancora. Tra “bachaqueros”, cumuli di rifiuti in ogni angolo di marciapiede, sacchi di immondizia aperti da mani che ”cercano”: qualcosa da mangiare o, magari, da “rivendere” spacciandolo per buono.

“Qui, Caracas!”. Torna, nostalgico, il ricordo di questo annuncio fatto per radio al mattino, quando tutto attorno a noi era “colorato”, profumato, allegro e nessuno, davvero nessuno, pensava d’emigrare verso Panamà o Santo Domingo perché, come aveva affermato con orgoglio tantissimi anni fa un venezuelano, parlando con noi dell’emigrazione italiana in Venezuela: ”Nosotros los venezolanos, nunca emigramos. Estamos muy bien en nuestra Tierra.”

Certo! ”C’era una volta….Caracas dai tetti rossi”.

Oggi… un sogno lontano e tanto, tanto difficile, da immaginare!

Come sono cambiate le abitudini dei venezuelani? Come ha inciso nel loro affabile carattere questo inaudito sfaldarsi del Paese tanto “amato” e proclamato “vincente”, da chi ne regge attualmente le sorti?

Lo chiediamo a Stefania Aguzzi, nota psicologa clinica, le cui origini italiane riflettono ancora il “tempo dei pionieri”, quel tempo così caro e indimenticabile nella storia della operosa collettività italiana del Venezuela.

Assieme alla collega Liliana Castiglione, specializzata psicologa industriale, Stefania Aguzzi ha partecipato ad una serie di programmi messi in onda da www.ventvnoticias.com, intitolati “Psicólogas al rescate”, attraverso i quali venivano analizzate le cause ed i relativi problemi generati dall’attuale momento critico che attraversa il popolo del Venezuela, per poi aprire i blog www.psicologasalrescate.wix.com/tuinicio e psicologas-al-rescate.webnode.es

– Sono molte le persone che ci scrivono, soprattutto dall’estero. Sono venezuelani che hanno lasciato il proprio Paese a seguito della crisi economica e dell’insicurezza, mali che affliggono il Venezuela. Sentono la necessità di un aiuto psicologico. Noi, valutiamo le loro emozioni, cerchiamo di far comprendere che è imprescindibile la necessità di motivazioni per proseguire il cammino della vita. Sai?

– E tra le persone che vivono in Venezuela quali sono i problemi più sentiti?

– La mancanza di una alimentazione “normale” è un fattore di stress e anche di problemi fisici. Per non tornare a sottolineare l’assenza di medicine, la cui questua e ricerca quotidiana si perpetua ormai da mesi, attraverso Associazioni e amici che vivono fuori dal paese. Quello che duole di più, te lo posso assicurare, è constatare come tutto ciò stia ferendo irrimediabilmente i bambini. Ci sono molti casi di bimbi malnutriti che svengono durante le ore scolastiche.

Lo afferma con tristezza la nostra intervistata.

Tutti ne siamo consapevoli. Tutti aspettiamo “pazienti” ore ed ore incapsulati in lunghissime fila di persone, cercando “qualcosa da mangiare” al “supermercato di zona”. Molte volte, troppe, invano.

Viviamo una “economia di guerra” senza scontrarci in un campo di battaglia ma, forse…. “è decisamente, una guerra ancora più dolorosa e inutile”. A “vincere” la paura, l’incertezza del domani… l’angoscia se prendere o meno la decisione d’espatriare.

– Ma la “crisi serve!”- sottolinea Stefania.

La guardiamo, “fissandola” per qualche istante… senza capire.

– Sai perchè? – prosegue – per dare importanza alle piccole cose che prima passavano inosservate. Per cercare anche tra i rifiuti qualche esigua traccia di prosperità.

– Noi, figli d’emigranti non conoscevamo prima la parola necessità, non in questi termini. Siamo cresciuti, ascoltando i racconti di guerra e le sofferenze generate dalla carestia, narrati dai nostri genitori ma erano racconti lontani. Il Venezuela, anche in tempi difficili, era un paese in cui si viveva bene, pieno d’allegria, di colori, di speranza. Oggi, anche se, per noi che restiamo è molto triste e paradossale “tutto”, per coloro che sono andati via, lo è ancora di più, poichè restano comunque molto legati al paese e cercano d’immaginarlo senza poter percepire la verità di ogni giorno… di tutte le ore. Accade, in moltissimi casi, che l’angoscia può più della speranza ed i pensieri s’affollano confondendosi nella disperazione.

– Qual è il tuo messaggio, quindi?

– Cerchiamo di riscattare l’ottimismo.

– E una soluzione?

– L’unica, credimi: Avere una grande speranza.

  • errico carloni

    L’unica soluzione è una rivolta con cui il Popolo si libera dai criminali vampiri comunisti che lo opprimono.

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