Caccia alle streghe in Venezuela. La polemica del Mercosur

Pubblicato il 08 agosto 2016 da redazione

diosdado

Un giro di 180 gradi. Si naviga controcorrente. Mentre in tutti i paesi del mondo i governi democratici e seri cercano di “arruolare” le migliori menti per dare impulso allo sviluppo della nazione e al benessere della popolazione, in Venezuela la fede politica è considerata più importante della professionalità.

È quanto emerge dalle dichiarazioni del vicepresidente del “Partido Socialista Unico de Venezuela”, Diosdado Cabello, che se dovessero essere realmente confermate dai fatti, spiegherebbero, almeno in parte, le ragioni per le quali il Paese oggi vive una crisi tanto profonda.

– Non si può fare una rivoluzione con “escualidos” occupando incarichi di responsabilità nelle istituzioni dello Stato – ha detto l’ex presidente del Parlamento, che ha poi assicurato che è in atto un esame attento di chi, nei ministeri e nelle aziende pubbliche, occupa incarichi di responsabilità, per appurarne la fede politica. Ha poi invitato tutti i simpatizzanti del “chavismo” a denunciare la presenza di impiegati, nell’Amministrazione Pubblica, che non siano allineati con le tesi del Governo.

Insomma, il vicepresidente del Psuv, in poche parole ma assai chiare, ha autorizzato indirettamente una vera e propria caccia alle streghe. Basterà una frase mal interpretata, un sospetto, un’accusa anche priva di fondamento per provocare il licenziamento in tronco di un funzionario.

La caccia alle streghe non è un fenomeno nuovo in Venezuela. Nel dicembre del 2002, ne furono vittime oltre 15 mila impiegati di Petròleos de Venezuela, accusati di promuovere lo sciopero generale. Due anni dopo, ne soffrirono le conseguenze gli impiegati della Pubblica Amministrazione che firmarono il Referendum proposto per revocare il mandato dell’estinto presidente Chàvez.

Chi non ricorda la “Lista Tascòn”? Oggi, la “caccia alle streghe” fa tremare chi ha firmato il Referendum per porre punto finale al governo del presidente Maduro. A seguito delle dichiarazioni del deputato Cabello, si apre un nuovo territorio di caccia.

Stando all’esponente del Psuv non sono importanti la professionalità, la preparazione e la serietà del dirigente impiegato nella Pubblica Amministrazione, ma solo la tessera del partito. Non ha alcuna rilevanza l’esperienza acquisita dopo anni di servizio in un ministero o in una azienda pubblica, conta solo la fede politica.

E mentre le parole di Cabello suonano come un campanello d’allarme per chi non ha ancora una tessera del Psuv, nell’ambito internazionale echeggia l’eco della polemica provocata dal comunicato reso noto in questi giorni dal ministero degli Esteri. La Cancelleria reitera che il Venezuela ha assunto la presidenza del Mercosur e accusa Argentina, Brasile e Paraguay di cospirare contro il Paese, di costituire una “Triplice Alleanza” e di voler riesumare la tristemente famosa “Operaciòn Condor”. Un’accusa definita dai dirigenti di Argentina, Brasile e Paraguay insolente e infamante.

La polemica aperta dal Venezuela, con toni assai aspri, lontani anni luce dal guanto di velluto che la “Casa Amarilla” conobbe ai tempi del poeta Andrès Eloy Blanco (1948) così come di altri Ministri degli Esteri come Oscar Garcìa Velutini (1958), Ignacio Luis Arcaya (1960), Arìstide Calvani Aristeguieta (1974/1975), Simòn Alberto Consalvi (1985-1988), Humberto Calderòn Berti (1992), Miguel Angel Burelli Rivas (1994-1998), solo per nominarne alcuni, è stata interpretata dal Tavolo dell’Unità come una manovra di distrazione.

A seguito della critica di Argentina, Brasile e Paraguay, sull’opportunità di consegnare la presidenza “pro tempore” ad un paese nel quale, ritengono, non si rispettino i diritti umani e vi siano leader politici in prigione, il governo del presidente Maduro ha voluto giocare d’anticipo e, senza rispettare il protocollo, ha annunciato d’aver dato il via al semestre venezuelano assumendo la presidenza dell’organismo.

Poi, di fronte alle rimostranze dei tre paesi membri, non ha esitato a parlare di una nuova “Operación Condor”, riportando a galla, in America Latina, vecchi, amari, ricordi. L’Operazione Condor fu un accordo promosso dal colonello cileno M. Contreras, capo della polizia politica (Dina), al quale aderirono Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia e in un certo senso anche Perù. Si era a cavallo tra la decade del 70 e quella dell’80 e in America Latina le dittature erano un luogo comune.

L’Operazione Condor aveva come obiettivo perseguire, arrestare e far “scomparire” gli avversari dei vari governi “de facto”, e permetteva alle varie polizie politiche di muoversi liberamente nei territori dei paesi aderenti. Studenti, casalinghe, professionisti, politici, militari, sacerdoti furono le vittime, circa 60 mila, della repressione militare.

Tra queste, il generale cileno Carlos Prats, in Argentinas; il comunista Orlando Letelier, negli Stati Uniti; e il democristiano Bernardo Leighton. Quest’ultimo fu vittima di un attentato a Roma organizzato da Stefano delle Chiaie ed eseguito da Orlando Bosch.

Rievocare l’Operazione Condor, in occasione di una polemica come quella che si è aperta oggi in seno al Mercosur, appare come una provocazione volta, probabilmente, a mantenere alta l’attenzione su questioni assai diverse dai problemi nei quali è immerso il Paese: la carenza di cibo e medicine. Cresce il numero dei venezuelani che muoiono negli ospedali e quelli che consumano meno di due pasti al giorno.

E mentre a livello internazionale infuria la polemica, internamente il Tavolo dell’Unità si prepara ad una grande manifestazione fissata per il primo settembre. A tal effetto ha annunciato una serie ininterrotta di assemblee a livello rionale in tutto il Paese e, in particolare a Caracas.

La Mud esige al Consiglio Nazionale Elettorale che si stabilisca la data per la raccolta del 20 per cento delle firme delle liste elettorali. Ne ha bisogno per trasformare in realtà quella che per il momento è solo una chimera: il Referendum revocatorio. Un’iniziativa che, stando agli esperti, ha poche possibilità di riuscita.

Si teme, infatti, che la Corte possa intervenire all’ultimo momento per riportare tutto al punto di partenza. Si teme anche che, seguendo l’esempio di Daniel Ortega, ieri eroe della rivoluzione nicaraguense oggi caricatura di dittatore, la Corte possa dichiarare illegale il Parlamento e, quindi, non solo spogliarlo di ogni potere, come sta facendo con interventi puntuali, ma cancellarlo definitivamente come fece nel 1992 Alberto Fujimori in Perù.

Esempi ve ne sono in abbondanza. E chi conosce la storia, sa come terminano inesorabilmente le avventure di chi una volta al potere non vuole più abbandonarlo.

Mauro Bafile

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