Teatro

Pubblicato il 15 agosto 2016 da Luigi Casale

Taormina e il teatro Greco

Taormina e il teatro Greco

Il verbo greco theàomai significa vedere. Perciò théatron è visione, spettacolo; quindi, teatro. Oggi, come prima accezione, alla parola teatro (divenuta ormai internazionale) attribuiamo il significato di “luogo, o sede, delle rappresentazioni teatrali”. Quindi spazio o edificio in cui si rappresentano opere teatrali.

Poi, anche quello di “fenomeno artistico-letterario di tipo drammatico”, oppure quello di “disciplina professionale con tutti i suoi addentellati in cui sia parte dominante la recitazione ”; e, finalmente, quello di “genere letterario fatto di testi la cui caratteristica è la mimèsi (imitazione della realtà)”.

I testi teatrali (di natura dialogica, anche se a volte fatti da un soliloquio) sono destinati, infatti, alla recitazione da parte di attori che, nelle vesti del personaggio letterario che interpretano, simulano, con la rappresentazione artistica della riproposizione dei testi scritti, le vicende narrate, creando un’azione scenica che ne riproduca le vicende narrate.

Da una parte, quindi, una serie di azioni fatte da movimento, gesti e atteggiamenti, in un luogo deputato, dall’altra i dialoghi contestuali che supportano il racconto mirando alla manifestazione (comunicazione e rappresentazione) del mondo interiore dei singoli personaggi delle storie.

La stessa radice del verbo theàomai è presente nella parola politeama (l’avverbio greco: polù [ = molto] corrisponde al latino plus [ = più]). Parola adottata da quando nell’unico spazio destinato al teatro, si è iniziato a proporre nuovi spettacoli che si allontanavano dal modello del teatro classico (soprattutto con l’avvento del cinematografo). Nome che in seguito si diffuse per indicare proprio le sale cinematografiche.

La nostra – occidentale – tradizione teatrale risale alla classicità greco-romana, più esattamente al mondo greco, e, nelle forme più antiche, rimane legata a motivi religiosi. Il teatro (comprendente la tragedia, la commedia, il dramma satiresco e qualche altra forma di rappresentazione fatta di danza e di mimica; oltre al più antico ditirambo) è interamente greco; sia come genere letterario, che nasce da motivi religiosi e rientra, per quanto riguarda i testi, nel genere “poesia”; sia anche per la più antica struttura architettonica ad esso destinata. La più alta espressione letteraria della Grecia classica.

Il complesso architettonico (destinato fin dall’antichità ad accogliere questi spettacoli a contenuto mitologico, storico-realistico, o burlesco) è fatto da una serie di gradoni a semicerchio, appoggiati ad un pendio collinare. Immaginiamo un semicerchio: dalla parte della curvatura si disponevano gli spettatori (sui gradoni concentrici appunto); di fronte, dalla parte del diametro (la corda che sottende l’arco di semicerchio) è piazzata la scena. È questa una costruzione in muratura che rappresenta una facciata di abitazione, generalmente con più di una porta d’entrata (casa privata, sede pubblica, oppure tempio) con davanti una piazzetta (il proscenio).

Quindi la scena è fissa, cioè sempre la stessa: una strada che va a destra, una strada che va a sinistra, uno spiazzo al centro. La confluenza di un trivio, insomma; essendo la terza strada quella dalla quale lo spettatore osserva.

Sia per gli attori che per gli spettatori la finzione scenica era immaginata sempre all’aperto e supponeva due strade, una a destra e l’altra a sinistra; di queste la prima andava in città, l’altra andava fuori città che, a seconda dei casi, poteva essere o verso il porto o verso il campo di battaglia, o verso la campagna in direzione di un’altra città.

I pochi attori (fino ad un massimo di tre) presenti sulla scena si muovevano in questo spazio circoscritto, così definito, nel monologo iniziale, dal Prologo: un personaggio che introduceva la storia e dava quindi le informazioni sul luogo e sui precedenti della vicenda che si voleva rappresentare. Ma, conoscendo l’opera che sarebbe stata rappresentata, tutti gli spettatori riuscivano ad immaginare anche la direzione delle uscite.

Oltre alle “due strade laterali”, anche le tre porte della scena erano entrate ed uscite per gli attori, e portavano all’interno degli edifici. Là, lontano dagli sguardi degli spettatori, si immaginava che si svolgessero le azioni violente, o truculente, o indecenti.

Quindi quelle azioni non erano mai “viste” dal pubblico degli spettatori, ma semplicemente raccontate a posteriori, dal primo personaggio che si trovasse ad uscire sul proscenio. Il pubblico, tuttavia, era stato avvertito dai rumori, grida, e schiamazzo, che provenivano dall’interno, e che ne davano l’idea. Solo dopo, a misfatto avvenuto, uno dei personaggi uscendo sul proscenio raccontava agli spettatori che cosa era successo dentro l’edificio.

Luigi Casale

La lingua francese per trascrivere il fonema “T” utilizza due tipi di grafemi: il “ t “ (senza h) di tous e il “ th “ (con h) di téathre.

L’uso del th, ormai, non indica più una variante fonetica, mancando nella lingua francese una dentale aspirata. Perciò, la presenza della “h” (la differenza grafica) non indica un diverso fonema, ma evidenzia solo un dato culturale; cioè è il segno della memoria storica della presenza, all’origine, della dentale aspirata (th) nella parola della lingua greca antica.

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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