Salari, un salto del 50 per cento. Osa, la carica dei 15

Pubblicato il 15 agosto 2016 da redazione

Aumento salarial impactará a 11 millones de trabajadores

Aumento salarial impactará a 11 millones de trabajadores

Mauro Bafile

Era ormai nell’aria. Se ne parlava da tempo. E poi il vicepresidente della Repubblica, Aristóbulo Istúriz, lo aveva assicurato già alcune settimane fa. Quindi, non è stata una sorpresa. Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, ha annunciato un congruo aumento del salario minimo. Si tratta di un incremento del 50 per cento, e cioè da 15mila 51bolívares a 22mila 576.

Anche i “cesta-ticket” (buoni per comprare generi alimentari e medicine) che accompagnano lo stipendio, pur senza gravare sul calcolo dei contributi che l’azienda deve versare, sono stati oggetto di attenzione da parte del capo dello Stato che ha deciso di portarli da un valore di 18mila 585 bolívares a 42mila 480.

Che ci fosse la necessità di rivedere il livello dei salari per adeguarlo alla nuova realtà del Paese, non c’erano dubbi. Come averne di fronte ad un’inflazione galoppante che quotidianamente erode la qualità di vita dei venezuelani? Si discute, invece, sul metodo.

In passato, senza entrare in considerazioni di altra indole, una commissione del governo dialogava con le organizzazioni imprenditoriali e i sindacati. L’entità del salario era il frutto di approfondite discussioni durante le quali si analizzavano la realtà del paese e i provvedimenti indispensabili per stimolarne la crescita. Ora non è più così.

L’esperienza insegna che in politica economica, i provvedimenti isolati spesso sono condannati al fallimento. Pretendere di evitare il deterioramento del salario solamente con un suo incremento, senza intervenire sul contesto globale dei fenomeni che lo provocano, è come arare nel mare. Lo è anche pensare che l’inflazione sia unicamente il risultato della speculazione e non dell’insieme di decisioni prese o semplicemente rimandate per ragioni di convenienza politica.

Una delle variabili della politica economica keynesiana, che attribuisce allo Stato la funzione di vivacizzare l’economia attraverso l’incremento di opere pubbliche con effetti a ventaglio sulle attività private, è l’incremento dei salari per spingere il consumo e stimolare la produzione privata.

Ma, per ottenere dei risultati, è necessaria innanzitutto l’esistenza di un complesso di aziende private produttrici di beni e, poi, l’applicazione di regole chiare che permettano agli imprenditori di calcolare i rischi e di mettere in agenda nuovi investimenti.

In Venezuela, purtroppo, le politiche del governo hanno decimato l’imprenditorialità privata, attraverso il controllo dei prezzi, la proibizione di licenziamento con giusta causa, l’assegnazione arbitraria della valuta, gli espropri e un discorso politico tutt’altro che conciliante.

In un passato recente, le entrate provenienti dalla vendita del greggio a oltre 100 dollari il barile, permettevano al governo di soddisfare le esigenze dei consumatori attraverso un volume sufficiente di importazioni di prodotti venduti, poi, a “prezzi politici”; prezzi con i quali l’industria locale non poteva competere.

A differenza della politica promossa dalla Cepal di Prebisch e fatta propria dai governi democratici del secolo scorso, che privilegiava l’industrializzazione sostitutiva delle importazioni attraverso una politica di dazi, i governi dell’estinto presidente Chávez, prima, e del presidente Maduro, poi, hanno agevolato le importazioni favorendo lo sviluppo dell’industria di altri paesi.

Oggi che l’economia venezuelana dipende per un 95 per cento dal petrolio, e il fabbisogno di prodotti di ogni tipo si soddisfa quasi unicamente attraverso l’importazione, la crisi economica si fa sempre più acuta. La contrazione del Prodotto Interno Lordo, stando al Fondo Monetario Internazionale, sarà del 10 per cento; ma organismi privati proiettano una recessione dell’11 o del 12 per cento. Comunque, sarà la più alta dell’America Latina.

Da aprile, i prezzi del greggio sono in lenta ascesa. Buone notizie per il Venezuela, anche se i quasi 40 dollari al barile non sono sufficienti a soddisfare le esigenze del Paese. All’incremento dei prezzi, comunque, corrisponde una preoccupante riduzione della produzione.

Stando alle cifre ufficiali dell’Opec, a settembre del 2008 il Venezuela produceva 3,20 milioni di barili al giorno. Oggi la produzione è scesa a 2,36 milioni di barili. Una riduzione rilevante, dovuta alla mancanza di efficienza dell’industria e alla carenza di nuovi investimenti per la manutenzione e rinnovo dell’infrastruttura.

Quindi l’economia venezuelana presenta una realtà economica complessa alla quale si sommano un precario equilibrio istituzionale e un permanente e irrisolto conflitto tra Esecutivo, Parlamento e Potere Giudiziario.

La polemica del Mercosur e l’intervento di ben 15 paesi dell’Osa continuano a tener banco. Il braccio di ferro tra il Venezuela, che reclama il diritto di presiedere l’organismo multilaterale del “Cono Sur”, e l’Argentina, il Brasile e il Paraguay, che ritengono che non ne abbia i requisiti, probabilmente avrà una soluzione nei prossimi giorni.

I paesi, che la ministro Rodríguez ha battezzato “Triplice Alleanza” – leggasi Argentina, Brasile e Paraguay -, sono preoccupati per le conseguenze di un “semestre di presidenza” venezuelano che potrebbe ritardare, dopo quasi vent’anni di discussione, la firma di accordi commerciali con l’Europa.

Il Venezuela, dal governo del presidente Chávez, ha cercato di trasformare il Mercosur in un organismo politico, critico con i grossi capitali, gli Stati Uniti e l’Europa. Il resto dei paesi membri, invece, vede nell’organismo un’opportunità per il loro sviluppo economico e commerciale.

In quanto all’Osa, per la prima volta ben 15 nazioni sono intervenute non per invitare al dialogo Governo e Opposizione, ma per esortare l’esecutivo a rispettare i diritti umani e a permettere, senza ritardi, la realizzazione del referendum.

E’ un atteggiamento inedito che potrebbe incidere anche sulle prossime decisioni dell’Osa rispetto all’applicazione della “Carta Democratica”. Perché ciò avvenga è necessaria l’approvazione di 18 membri.

Il comunicato che ha dato una svolta all’atteggiamento dell’Osa è stato firmato non soltanto da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Messico, Paraguay, e Stati Uniti, ma anche da Belice, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Panamá, Perù e Uruguay. Anche in questo caso, si attende una decisione nelle prossime settimane.

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