Presso l’Istituto Italiano di Cultura di Caracas: Il caso Moro di Giuseppe Ferrara

Pubblicato il 17 agosto 2016 da redazione

Ferrara

CARACAS. – Giuseppe Ferrara è stato senza dubbio uno dei registi più sensibili e impegnati degli ultimi anni. I suoi film, mai banali, hanno mostrato la realtà politica dell’Italia, i suoi lati più oscuri, gli intrighi e le connivenze tra i cosiddetti poteri forti.

Ferrara è stato più volte in Venezuela, un paese che ha amato e nel quale ha trascorso momenti importanti della sua vita. Fin dal suo primo viaggio strinse un’amicizia fraterna con il nostro direttore Gaetano Bafile. Ferrara aveva letto il suo libro, Inchiesta a Caracas edito da Sellerio, e avrebbe voluto trarne un film.

La sua sceneggiatrice di sempre, Armenia Balducci, scrisse un primo adattamento con la figlia di Gaetano, Mariza, in quel momento impegnata nel cinema come sceneggiatrice e montatrice. Purtroppo, nonostante il genuino interesse del regista, il progetto non si è mai realizzato.

In compenso, restò immutata l’amicizia tra due persone, Ferrara e Bafile, molto simili nella loro visione della vita e nell’onestà intellettuale con cui portavano avanti i rispettivi lavori.

Ferrara tornò in Venezuela per girare Narcos, un film ambientato in Colombia ma girato a Caracas, che denuncia il potere e la forza dei cartelli colombiani.

Ferrara era un uomo integro, un grande intellettuale, e, proprio per questo, consideriamo di grande importanza l’iniziativa del nostro Istituto di Cultura che permette al regista di tornare in Venezuela con le immagini dei suoi film.

Il caso Moro è un film del 1986 diretto da Giuseppe Ferrara, tratto dal libro del 1982 “I giorni dell’ira. Il caso Moro senza censure” di Robert Katz, coautore anche della sceneggiatura. Fu il primo film a narrare l’intera vicenda del rapimento di Aldo Moro, con l’interpretazione di Aldo Moro affidata a Gian Maria Volonté. Il film è assolutamente neutrale, gli stati d’animo del presidente sono quelli che si evincono dalle lettere scritte da lui stesso.

Il film ripercorre cronologicamente i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro: dalla strage di via Fani fino al rinvenimento del corpo del presidente della Democrazia Cristiana in via Caetani.

Il nove maggio 1978 la tragica vicenda del rapimento di Aldo Moro si concludeva con l’assassinio dello statista ad opera di un nucleo delle brigate rosse, dopo cinquantacinque giorni di prigionia.

Il film vuole essere la ricostruzione di questo periodo dell’epoca in cui, per la prima volta dopo tanti anni di lotta politica, il partito comunista italiano sarebbe dovuto entrare nella maggioranza parlamentare, esprimendo fiducia al Governo Andreotti.

Questo periodo fu segnato da angosce vivissime, da colpi di scena e vide lacerazioni profonde anche all’interno dei singoli partiti, tra coloro che propugnavano la fermezza e la salvaguardia delle Istituzioni e quelli invece che erano disponibili alla trattativa per la sua liberazione.

La pellicola mostra gli eventi che hanno caratterizzato quei giorni; mancano i riferimenti complottisti a ipotesi che sono emerse solo negli anni successivi, come per esempio la presenza di un ufficiale del Sismi nei pressi di via Fani la mattina dell’agguato e i contatti tra Stato e organizzazioni criminali (camorra, banda della Magliana, questa per altro ancora in auge nel 1986) per l’individuazione della prigione di Moro.

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