Prime mosse in Piazza Affari su “rischio referendum”

Prime mosse in Piazza Affari su "rischio referendum"
Prime mosse in Piazza Affari su "rischio referendum"
Prime mosse in Piazza Affari su “rischio referendum”

MILANO. – Piazza Affari scopre il rischio referendum prima ancora di archiviare l’effetto Brexit, con il Ftse Mib ancora sotto quota 17mila punti, tra scambi al lumicino (1,6 miliardi di euro di controvalore contro una media di oltre 2 miliardi) e un calo dal inizio anno di oltre il 22,8%, a fronte del -11% di Madrid e del -10% di Atene.

Gli investitori affrontano una riflessione politica, partendo da uno studio di Blooomberg, che ha osservato la dinamica dei cosiddetti indici ‘della paura’, gli indici Ftse Mib Implied Volatility (IVI) a 30, 60 e 90 giorni.

Si è accesa una spia rossa, anche se sono ben al di sotto dei massimi dello scorso 11 febbraio, giornata di forte tensione in Europa (Francoforte -2,8%, Parigi -4% e Milano -5%) con il primo terremoto per le banche (Intesa e Unicredit sotto del 6,8 e del 7% ed Mps del 9,8%).

Ai massimi dal 2013 si è portato il divario tra l’indice Ftse Mib Ivi 30, che guarda avanti di circa un mese, e l’analogo indice che copre un arco temporale di 3 mesi. Se a inizio anno la volatilità a 30 giorni era superiore di oltre 8 punti, oggi quella a 90 giorni è sopra di 3,5 punti, come a dire che prima si sperava che con il tempo le cose si sistemassero, oggi invece non è più così.

Secondo gli analisti di Citigroup (in un report di luglio) il referendum costituzionale italiano è il “principale rischio per la politica europea al di fuori della Gran Bretagna”. Il gestore di Old Mutual Kevin Lilley ha ridotto la propria esposizione su Piazza Affari spiegando che “l’Italia è stata così tanto venduta nell’ultimo anno a causa dell’incertezza politica”.

Non concorda un collega di una primaria casa d’investimento milanese, che sottolinea il parallelismo tra indice Ftse Mib e indice Euro Stoxx da inizio anno. “Su Milano – sottolinea – ha pesato il referendum sulla Brexit per il 20% e la crisi della banche per il 60/80%, inoltre è presto parlare ora di referendum senza ancora saperne la data” ricordando che in quel caso le turbolenze si sono evidenziate un mese prima del referendum ed erano legate alla dinamica dei sondaggi.

Una sintesi tra i due la fa l’ex capo economista e direttore generale per i titoli di stato del Mef Lorenzo Codogno, oggi a capo della LC Macro Advisors nonché docente alla London School of Economics. Sulle performance di Borsa da inizio anno ha pesato “più probabilmente la debolezza dell’economia e il peso rilevante dei bancari” mentre è “credibile che lo spread di volatilità sia legato all’evento referendario” in quanto “c’è incertezza sulla stabilità politica nel caso di esito negativo”.

“Forse – spiega – Renzi non si dimetterebbe, ma sarebbe comunque una situazione molto complicata, con un governo molto indebolito che va verso le elezioni del 2017”. “Con il problema delle banche sullo sfondo, l’economia che non cresce e il rapporto debito/Pil sopra il 133% – conclude – è ovvio che gli investitori internazionali siano preoccupati”.

(di Paolo Verdura/ANSA)

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