Renzi: apertura totale a Italicum, ma stop a fango delle correnti

Pubblicato il 12 settembre 2016 da ansa

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento alla chiusura alla Festa dell'Unità a Catania, 11 settembre 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento alla chiusura alla Festa dell’Unità a Catania, 11 settembre 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI

CATANIA. – Conferma la “disponibilità totale” a parlare di modifiche alla legge elettorale: “Fate le vostre proposte, faremo la nostra”. Ma nel chiudere la Festa nazionale dell’Unità, Matteo Renzi riserva parole di fuoco alla sinistra Pd e “all’esperto di passato” Massimo D’Alema.

E a chi minaccia di votare No al referendum costituzionale se l’Italicum non cambierà, dice: “Alcuni leader del passato vorrebbero fregarci il futuro con risse interne quotidiane. Ma non ci faremo trascinare nella guerra del fango delle correnti”, sillaba il premier.

Ma i suoi toni fanno insorgere la minoranza. “Ad oggi voto No”, dice Roberto Speranza, ‘delfino’ di Bersani. E Gianni Cuperlo avverte che la rottura è un “rischio concreto”.

Renzi spiega di aver scelto di organizzare per la prima volta al Sud la festa nazionale dell’Unità per abbattere “sterili luoghi comuni” e valorizzare la “straordinaria forza inespressa” del Meridione. Cita gli illustri siciliani Archimede, Bartolo, La Pira e il “punto di riferimento per autorevolezza” Sergio Mattarella.

E non si fa scomporre né dai contestatori isolati che vociano dal pubblico (un insegnante, un sostenitore del ponte sullo stretto…), né dalle proteste che inducono le forze dell’ordine a blindare Catania e che poi sfociano in scontri con due fermati: “Svolgiamo una funzione sociale per i contestatori…”, scherza, ma chi “spacca tutto nega il futuro”.

La platea, che complice anche la pioggia si riempie solo alla fine, esplode in applausi nei passaggi sferzanti per gli avversari. “Tenetevi le vostre camicie verdi e lasciate le magliette della polizia, a cui avevate bloccato i contratti, a chi è degno di portarle”, dice a Matteo Salvini. “Il M5s è diventato il Partito 5 stelle. Si sono chiusi nelle loro stanze e se le stanno dando di santa ragione”, dice ai grillini.

Ma al Pd – in platea, accanto al marito Dario Franceschini, c’è Michela De Biase, capogruppo in Comune – chiede di “non attaccare Virginia Raggi, per rispetto degli elettori”. E ancora, toni accesi sull’Europa: “Hollande e Tsipras sono venuti sulle nostre posizioni – rivendica – Basta con austerity e tesi ardite del fiscal compact. Le regole non sono un totem se c’è chi non arriva a fine mese”.

Ma è il referendum il cuore del discorso, il “bivio tra futuro e palude” in vista del quale Renzi vuol mobilitare il Pd per il Sì. Ci tiene, il premier, a ricordare che la riforma è “iscritta nella storia del Pd”, dal Pci al Pds. E lo rinfaccia a Massimo D’Alema, citando (con tanto di imitazione) un passaggio di un libro del ’95 in cui l’ex premier difendeva il superamento del bicameralismo perfetto.

Con D’Alema la frattura è insanabile (“Ha detto che la segreteria del Pd vieta di leggere libri. Ma io il suo l’ho letto e lo consiglio perché in realtà è scritto da Velardi e Cuperlo, D’Alema ci ha messo solo la firma”). Ma con il resto della minoranza il leader Dem rivendica di essere stato aperto all’ascolto: “Mi hanno chiesto di non personalizzare? Ho smesso. E ho detto che la legislatura ha una vita a sé, che non parliamo più del governo” e di quel che avverrebbe in caso di vittoria del No.

Anche sulla legge elettorale “abbiamo detto che siamo pronti a discuterne. C’e’ bisogno però che gli altri facciano proposte, noi facciamo le nostre”, dice. Ma poi avverte che minacciare il No fa solo male al Pd: “A chi vuole trasformare il referendum nel congresso, diciamo: se hanno i voti vincano il congresso. Li aspetto. Noi non ci faremo trascinare nella guerra del fango al nostro interno (e neanche al nostro esterno) da chi dimentica che fuori di qui non ci sono le magnifiche sorti progressive, ma destra e populismi”.

In platea, a rappresentare la minoranza Dem, ci sono Roberto Speranza e Nico Stumpo. E la reazione è immediata: non c’è, afferma l’ex capogruppo, l’apertura “concreta” auspicata sulle modifiche all’Italicum. Speranza è pronto a ricredersi, ma “allo stato delle cose il mio voto al referendum è No”. Gli fa eco Miguel Gotor: “Farò campagna per il No”. E Gianni Cuperlo, che ha cercato di tenere un profilo da mediatore, avverte il premier: “Non c’è volontà di ascolto reale. E non è ciò che oggi ci serve di fronte ai rischi concreti di una rottura”.

(dell’inviato Serenella Mattera/ANSA)

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