11 settembre: dopo 15 anni Usa più sicuri, il mondo no

Pubblicato il 12 settembre 2016 da ansa

obama

NEW YORK. – A quindici anni dagli attentati dell’11 settembre 2001 è tempo di bilanci. E la conclusione della gran parte degli osservatori e degli esperti è in realtà sotto gli occhi di tutti: oggi l’America è certamente più sicura. L’Europa e il reato del mondo meno, con la minaccia terroristica che dilaga come non mai nel mondo intero. Mettendo in luce l’incapacità dell’Occidente e di tutta la comunità internazionale di fermare la violenza e la propaganda jihadista.

“La minaccia è oggi peggiore di quindici anni fa”, assicura sulle pagine del Washington Post Richard Clarke, che è stato uno dei più stretti consiglieri in materia di antiterrorismo di ben tre presidenti: Reagan e i due Bush. Proprio Clarke, più di altri, mise in guardia George W.Bush sul rischio reale di un attentato in grande stile da parte di al Qaida. Previsioni quanto mai azzeccate.

Oggi – sottolinea l’esperto – ci sono almeno 100 mila persone che militano nei vari gruppi terroristici sparsi per il mondo, dalla Siria alla Libia, dall’Afghanistan allo Yemen: “Mai così tanti da quindici anni a questa parte”.

Dunque la guerra al terrorismo è ancora lungi dall’essere vinta. Proprio George W.Bush, dopo l’11 settembre 2001, parlando davanti al Congresso americano aveva promesso una stretta senza precedenti sulla sicurezza interna e una lotta senza quartiere ai gruppi dell’estremismo islamico in guerra con l’Occiente.

Il primo obiettivo è stato certamete raggiunto: opinione comune è che oggi attacchi spettacolari e in grande stile come quelli che colpirono le Torri Gemelle e il Pentagono non sarebbero più possibili. La vera minaccia in Usa resta quella dell’azione di ‘lupi solitari’, come gli attentatori della maratona di Boston o il killer della discoteca di Orlando.

Sostanzialmente fallito, invece, il secondo obiettivo: nonostante due guerre (Afghanistan e Iraq), nonostante l’azzeramento della leadership di al Qaida (vedi l’uccisione di al Zarkawi e di bin Laden), nonostante il recente colpo dato all’Isis con la morte del numero due al Adnani, nonostante i raid Usa con i droni (dallo Yemen alla Somalia al Pakistan), nonostante la campagna aerea contro l’Isis condotta dalla coalizione intenazionale guidata dagli Usa in Iraq, Siria e Libia.

Oramai è chiara a tutti una cosa: l’azione militare non basta. Quello che ancora manca è innanzitutto un accordo tra le potenze mondiali che assicuri più stabilità alla regione mediorientale. Intesa resa difficile dai rapporti più che mai tesi tra Washington e Mosca, ma anche tra Washington e capitali alleate come Riad.

Non è stata poi ancora trovata – sottolinea il Washington Post – la giusta formula per spuntare l’arma più potente in mano allo stato islamico e dei jihadisti di oggi: la propaganda, la capacità di avere un grande appeal tra migliaia di giovani musulmani che vengono radicalizzati online e indotti a compiere attentati sacrificando anche la propria vita, come si è visto negli ultimi mesi soprattutto in Europa.

E l’ondata di violenze – avvertono gli esperti – paradossalmente potrebbe aumentare nei prossimi mesi, man mano che l’Isis perderà posizioni sul campo in Iraq, Siria e Libia,quando un vera e propria ondata di foreign fighter – migliaia di persone – potrebbe riversarsi in Occidente.

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