Usa 2016: Se Hillary lasciasse? Scenari inediti in America

Dopo il malore dell'11 settembre a Ground Zero, molti si interrogano su uno scenario che porterebbe una corsa alla Casa Bianca a muoversi in acque se possibile ancor più inesplorate. Cambiare un candidato presidenziale a metà corsa tra nomination ed elezioni è clamoroso ma si può fare
Dopo il malore dell'11 settembre a Ground Zero, molti si interrogano su uno scenario che porterebbe una corsa alla Casa Bianca a muoversi in acque se possibile ancor più inesplorate. Cambiare un candidato presidenziale a metà corsa tra nomination ed elezioni è clamoroso ma si può fare
Dopo il malore dell’11 settembre a Ground Zero, molti si interrogano su uno scenario che porterebbe una corsa alla Casa Bianca a muoversi in acque se possibile ancor più inesplorate. Cambiare un candidato presidenziale a metà corsa tra nomination ed elezioni è clamoroso ma si può fare

NEW YORK. – E se Hillary Clinton gettasse la spugna? Dopo il malore dell’11 settembre a Ground Zero, molti si interrogano su uno scenario che porterebbe una corsa alla Casa Bianca a muoversi in acque se possibile ancor più inesplorate. Cambiare un candidato presidenziale a metà corsa tra nomination ed elezioni è clamoroso ma si può fare: non è però mai successo a livello di candidature presidenziali.

Sia il partito democratico che quello repubblicano hanno regole per riempire il vuoto anche a ridosso della data del voto, quest’anno l’8 novembre. Il presidente del partito, nello specifico la presidente ad interim Donna Brazile, dovrebbe convocare il Comitato Nazionale per votare a maggioranza semplice. Le stesse procedure si applicano in caso di morte o ritiro di un presidente eletto dopo l’elezione generale ma prima della riunione del Collegio Elettorale: nel senso che il partito è l’arbitro assoluto per rimediare alla vacanza.

Se non è mai successo al primo posto del ticket presidenziale, precedenti esistono per candidati alla vicepresidenza: nel 1912, il numero due repubblicano James Sherman morì sei giorni prima delle elezioni ma in quel caso la riunione del partito fu cancellata perché alla fine il democratico Woodrow Wilson vinse le elezioni.

Sessant’anni dopo fu la volta del vice del candidato democratico George McGovern: Thomas Eagleton fu costretto ad abbandonare la gara 18 giorni soltanto dopo la nomination quando si scoprì che era stato in cura per depressione. Per tradizione spetta al numero uno del ticket scegliere il suo vice e fu così che McGovern scelse il capo dei PeaceCorps Sargent Shriver. Per mettersi in regola fu convocato il Comitato Nazionale Democratico che confermò Shriver in agosto, prima delle elezioni generali.

Se Hillary si dovesse dimettere tornerebbero gioco forza in pista altri nomi: dal vice presidente Joe Biden che meditò a lungo se candidarsi per poi escluderlo dopo la morte del primogenito Beaux per un tumore al cervello, al segretario di Stato John Kerry che nel 2012 raccolse il testimone di Hillary dopo le dimissioni dal Dipartimento di Stato, anche in quel caso per motivi di salute.

Mentre l’attuale numero due Tim Kaine non ha necessariamente precedenza nella scelta del Comitato, si è parlato di nuovo del senatore Bernie Sanders, che all’ex First Lady nelle primarie ha dato tanto filo da torcere, e della collega al Senato Elizabeth Warren (che Hillary ha snobbato come numero due nonostante la possibilità di dar vita ad un inedito ticket tutto femminile).

C’è chi parla di Chelsea Clinton (fantapolitica) e, in questa chiave, c’è chi sogna Michelle Obama: la First Lady scende in campo questa settimana per dare una mano all’altra ex inquilina della Casa Bianca portando davanti agli elettori popolarità, fiducia e carisma in misure tali che la Clinton non è mai riuscita a raccogliere.

(di Alessandra Baldini/ANSA)

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