Italicum-Consulta: i due blocchi di fronte, nodo rinvio

Il neo eletto giudice Augusto Barbera (S), entra nella Sala delle Udienze del Palazzo della Consulta, per la sua prima udienza pubblica della Corte Costituzionale, a Roma, 12 gennaio 2016.      ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI
Il neo eletto giudice Augusto Barbera (S), entra nella Sala delle Udienze del Palazzo della Consulta, per la sua prima udienza pubblica della Corte Costituzionale, a Roma, 12 gennaio 2016. ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

ROMA. – Decidere, non decidere. Per lo meno non subito. E’ il dilemma che l’Italicum pone alla Consulta. Se ne discute da giorni, tra i membri della Corte e in conciliaboli a porte chiuse tra giuristi. Una decisione definitiva non c’è ancora: lo confermano diverse fonti.

Ma si individuano due ‘blocchi’, sebbene non proprio granitici: quello costituito dai giudici provenienti dalle supreme magistrature – in cui ci sono Criscuolo, Lattanzi, Carosi, Morelli, Coraggio – scettico sulla bontà integrale dell’Italicum e sul rinvio dell’esame a dopo il referendum; quello dei giudici provenienti dal mondo accademico – che annovera tra Amato, Barbera, lo stesso Zanon, relatore della causa, Cartabia, Sciarra, De Pretis – spostato in direzione opposta, anche se non mancano gli incerti. Un docente di storia del diritto, del resto, è anche il presidente Grossi, che per ora ha sempre tenuta ferma la data del 4 ottobre per l’udienza.

E d’altra parte un’eventuale rinvio dell’esame sarà deciso formalmente in quella sede. Metà gennaio appare il termine più probabile per uno slittamento dell’esame, anche perché questo metterebbe un freno a eventuali dinamiche elettorali in caso di vittoria del sì al referendum.

Per vari osservatori vicini alla Corte Costituzionale, le ragioni per spostare la decisione, sono solide. Lo strumento non sarebbe tanto l’ordinanza del tribunale Perugia, sopraggiunta fuori tempo massimo per accodarsi a quelle precedenti di Torino e Messina, già previste in discussione per il fatidico 4 ottobre. La Corte potrebbe fare leva su ragioni giuridiche e processuali più consistenti.

Per quanto riguarda gli aspetti processuali, entrambe le ordinanze di Torino e Messina sono state azionate da ricorsi che precedono il momento in cui l’Italicum è diventato applicabile, cioè luglio 2016. L’ordinanza di Torino è datata 5 luglio. Ma non è quella la data che conta, bensì quella, precedente di vari mesi, in cui i ricorsi sono stati presentati: in quel momento l’azione è stata attivata e può in parte risultare inficiata di fronte alla Corte dal fatto di essere stata proposta quando l’Italicum non era ancora concretamente utilizzabile.

Una situazione ben diversa da quella che si avrà dopo il referendum. Una decisione ora, sostengono alcuni osservatori, interverrebbe in un quadro friabile, mentre dopo referendum gli elettori si saranno espressi sulle riforme, ossia il contesto istituzionale rispetto al quale l’Italicum ha una diretta corrispondenza. Quindi, anche dal punto di vista sostanziale, se la Corte rinvia evita di esprimersi su un testo che potenzialmente, in caso di vittoria del ‘no’, potrebbe non corrispondere più al quadro istituzionale di fondo; e così non rischia di contaminare la volontà degli elettori. Altre ordinanze potrebbero, inoltre, arrivare alla Corte, visto che ricorsi sono stati promossi in ben 23 tribunali.

Se poi vince il sì al referendum, scatta la possibilità di controllo preventivo della legge elettorale attivato dai parlamentari e infine sono già in atto iniziative parlamentari per la modifica dell’Italicum: tutte circostanze che giocano pro-rinvio.