Significato e trasparenza linguistica

Pubblicato il 19 settembre 2016 da Luigi Casale

Immagine tratta dal film "La mia classe" di Daniele Gaglianone.

Immagine tratta dal film “La mia classe” di Daniele Gaglianone.

I vocaboli: affetto/affetti, confetto/confetti, difetto/difetti, infetto/infetti, perfetto/perfetti, sono parole della vita quotidiana, facilmente comprensibili per chi le usa e le sa usare. Apparentemente senza nessun collegamento tra loro, a parte le ultime due sillabe, che sembrerebbero un suffisso. Nella loro diversità di significato esse spaziano da un’area semantica all’altra, talvolta anche abbastanza lontane tra loro.

Affetti, confetti e difetti sono chiaramente dei sostantivi, cioè sono parole che, per l’ordinario, hanno la prerogativa di poter sostenere un articolo davanti: gli affetti, i confetti, i difetti. Oggi li chiamiamo più semplicemente “nomi”. Le altre due (insieme anche ad affetto) sembrerebbero degli aggettivi, cioè: parole che si accompagnano (e perciò si accordano) ai nomi.

Ma se poi le andiamo ad esaminare meglio, noteremo che qualcuna di esse è in grado di reggere un complemento (“affetto da una malattia”; “infetto da contagio”; perciò concludiamo che esse assomigliano più a dei “participi perfetti” (lupus in fabula!). Come tali, quindi, anche se non siamo in grado di ricostruire il verbo da cui provengano (che forse non esiste) esse sono pur sempre elementi di un verbo, anche se non lo conosciamo; e come tali le utilizziamo.

Ricapitoliamo, a partire dai loro significati. In maniera sintetica ed essenziale le parole che stiamo esaminando dovrebbero significare, rispettivamente:

Affetto (1) (sost.) = sentimento dell’animo come “amore”, “attaccamento”.
Affetto (2) (part.) = “preso da …”, “attaccato da …”, “contagiato da …”.
Confetto (sost.) = prodotto dolciario.
Difetto (sost.) = sinonimo di imperfezione, mancanza.
Infetto (part.) = “contaminato”.
Perfetto (agg,) = “senza alcun difetto”.

Fin qui, nella lingua italiana. Ma se consideriamo che queste parole sono derivazioni da altrettanti “participi perfetti” di verbi latini, possiamo risalire al loro significato originario, quello più antico.

Le corrispondenti parole della lingua di Roma, cioè i participi perfetti dei verbi latini, da cui derivano nella lingua italiana le parole in esame, sono:

“ad-fectus, adfecta, adfectum” : participio perfetto, dal verbo adficio/adficere;
[ indico, come si fa a scuola, le tre forme dell’aggettivo: una per il maschile, una per il femminile, una per il neutro ]
“con-fectus, -a, -um” dal verbo conficio/conficere;
“de-fectus, -a, -um” dal verbo deficio/deficere;
“in-fectus, -a, -um” dal verbo inficio/inficere;
“per-fectus, -a, -um” dal verbo perficio/perficere;

A bene osservarli, questi participi perfetti hanno, tutti, come elemento strutturale comune, la radice “fect”, variante di “fact” del verbo facio/fàcere.

Di questo verbo facere, che significa “fare”, i verbi che stiamo esaminando sono composti: afficere (= ad+facere), conficere (= cum+facere), deficere (= de+facere), inficere (= in+facere), perficere (= per+facere).
Il verbo facio/facere presenta il seguente schema (paradigma): facio; feci; factum; fàcere.

Come altre volte detto, anche il verbo fàcere, presenta il fenomeno fonetico dell’apofonia (trasformazione della vocale) per cui la “a” diviene “e” oppure “i” (secondo i casi. Es.: fàcere: conficere/confectum).
Perciò abbiamo adficere/adfectum; conficere/confectum (da cum+factus); deficere/defectum; inficere/infectum; perficere/perfectum.

Praticamente – possiamo dirlo adesso! – alla base del significato di tutte le parole che stiamo esaminando, c’è sempre l’idea del fare, leggermente modificata dalla presenza della preposizione utilizzzata come prefisso: ad+facere = fare presso …, o fare verso … (opprimere, attaccare); cum+facere = fare con … (mettere insieme); de+facere = fare da … (allontanamento: perciò mancare); in+facere = fare in … (portar dentro qualcosa che rende vano il fare); per+facere = fare per … (fare completamente: portare a termine).

A questo punto non resta che fare le nostre deduzioni e tirare la conclusione.

Allora ci renderemo conto che consultare il vocabolario, quello italiano o quello latino, non serve solo a conoscere ciò che non si sa, ma anche a rendere più comprensibile quello che già si sa. E’ questa la differenza tra lingua opaca e lingua trasparente.

Luigi Casale

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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