Due italiani rapiti in Libia da un gruppo armato

Pubblicato il 19 settembre 2016 da ansa

This image Tuesday, June 14, 2016 made from Associated Press video shows, Armed Misrata fighters loyal to the unity government on the main street of Sirte. (AP Video via AP)

This image Tuesday, June 14, 2016 made from Associated Press video shows, Armed Misrata fighters loyal to the unity government on the main street of Sirte. (AP Video via AP)

ROMA. – Due italiani sono stati rapiti a Ghat, nel sud della Libia al confine con l’Algeria da sconosciuti armati e mascherati. Sono Bruno Cacace, 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), che vive in Libia da 15 anni, e Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno, come hanno confermato i carabinieri di Cuneo. Il sequestro – che non è stato rivendicato – è stato confermato dalla Farnesina, che sta seguendo la vicenda e lavorando con il massimo riserbo su una situazione che si presenta estremamente delicata.

Il caso viene seguito direttamente dal premier Matteo Renzi, in contatto con il ministro degli esteri Paolo Gentiloni e l’autorità delegata ai Servizi, il sottosegretario Marco Minniti. Assieme ai due italiani è stato rapito un cittadino canadese. Tutti e tre lavorano per la Con.I.Cos, società di Mondovì (Cuneo) che si sta occupando della manutenzione dell’aeroporto di Ghat, città sotto il controllo del governo di unità nazionale di Tripoli, internazionalmente riconosciuto.

Il sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, ha detto al sito arabo Tuniscope che “Sconosciuti hanno sequestrato all’alba un canadese e due italiani” e che “si sta lavorando per conoscere il gruppo dei rapitori e il luogo dove sono stati portati i tre”. Altre fonti libiche hanno riferito al sito arabo 218.tv.net che “uomini mascherati che si trovavano a bordo di una vettura 4×4, hanno fermato vicino alla cava di El-Gnoun un’auto dove si trovavano degli stranieri che stavano viaggiando verso il loro posto di lavoro vicino all’aeroporto di Ghat, prima di sequestrarli”. Nessun riferimento al movente né alla possibile affiliazione dei rapitori, anche se in Libia sono comuni i sequestri a scopo di estorsione.

La Con.I.Cos (Contratti Italiani Costruzioni) opera da decenni in Libia con numerose commesse di ingegneria civile e ha la sua sede centrale a Tripoli, ma anche uffici a Derna, Bengasi e, appunto, Ghat. Sarà la procura di Roma ad indagare sul rapimento. L’apertura del fascicolo processuale è subordinata ad una prima informativa dei Ros che arriverà a breve a piazzale Clodio e, come per episodi analoghi, si procederà per sequestro di persona con finalità di terrorismo.

Salgono così a tre i rapiti italiani nel mondo: da tre anni è in mano ai sequestratori padre Paolo Dall’Oglio, sparito a Raqqa, in Siria, nel luglio 2013.

Si è attivato anche il Copasir, che riunirà l’ufficio di presidenza che potrebbe decidere di convocare presto in audizione il direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), Alberto Manenti. Gli apparati di sicurezza ritengono “non ad alto rischio” la zona della Libia dove sono stati rapiti gli italiani e il canadese, che è abitata da tribù tuareg alleate di Tripoli. Ma l’intera area, al confine con il sud dell’Algeria e il Niger, è zona di passaggio di cellule islamiste legate ad Al Qaida e tutt’altro che immune da infiltrazioni dell’Isis.

Ma dopo il tragico esito del sequestro dei quattro lavoratori della Bonatti (due dei quali rimasti uccisi in circostanze ancora non chiarite a Sabratha, nel marzo scorso, dopo un sequestro durato 8 mesi), c’è stata un’ulteriore ‘stretta’ per evitare che civili italiani si trovino in un Paese dove infuriano gli scontri tra milizie rivali e dove la minaccia dell’Isis è una realtà. Le aziende che lavorano in Libia (dall’Eni, alla stessa Bonatti alla Con.I.Cos) sono state invitate a servirsi di personale locale per evitare rischi.

(di Eloisa Gallinaro/ANSA)

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