Governo studia un taglio stabile del costo del lavoro, ma dal 2018

Gruppo di dimostranti con uno striscione con la scritta "Lavoro stabile"
Lavoro stabile
Governo studia taglio stabile costo lavoro, ma da 2018
Governo studia taglio stabile costo lavoro, ma da 2018

ROMA. – Un taglio strutturale del costo del lavoro, attraverso la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, da scrivere subito, per dare certezza a lavoratori e imprese, ma da fare scattare sempre nel 2018. C’è anche questa ipotesi tra quelle che il governo sta studiando per la prossima legge di Bilancio che, è il ragionamento del viceministro dell’Economia Enrico Morando, più sono strutturali più possono spazzare via l’incertezza che blocca le decisioni economiche di famiglie e, soprattutto, imprese.

“Non so se si potrà anticipare al 2017, ma sono certo che sia indispensabile prendere ora una decisione di medio periodo sulla tassazione su lavoro e imprese”, ha spiegato, confermando, in linea con le dichiarazioni del sottosegretario Tommaso Nannicini di qualche giorno fa, che il taglio strutturale del cuneo “con un orizzonte 2018-19” è sul tavolo. Non è detto che questo azzeri le possibilità di un rinnovo mirato, per l’ultima volta, degli sgravi per il lavoro stabile, magari mirati su Sud o giovani, o sulla stabilizzazione di chi ha iniziato ad affacciarsi in azienda grazie all’alternanza scuola-lavoro.

“Non si può dire che non ci saranno sgravi – ha spiegato infatti Morando – ma certo non saranno riproposti nella stessa formula”. Per rendere l’intervento strutturale ancora una volta il meccanismo potrebbe essere quello applicato per la riduzione dell’Ires (scritta nel 2015 entrerà in vigore nel 2017) che, ha sottolineato l’esponente del Tesoro, nessuno credeva sarebbe diventata veramente operativa. Non solo, per il viceministro, se si operasse una “fiscalizzazione degli oneri contributivi” questo già si tradurrebbe in una riduzione delle tasse e “un intervento sul prelievo Irpef sarebbe già fatto”.

Sarà da vedere se ‘vinceranno’ i sostenitori del taglio del costo del lavoro o quelli del taglio delle tasse tout court, intanto l’unica certezza è che la prossima legge di Stabilità conterrà un corposo ‘pacchetto’ pensioni. Mercoledì il governo cercherà di chiudere l’accordo politico coi sindacati, ma resta da superare lo ‘scoglio’ dei lavoratori precoci.

La ‘dote’ si fermerebbe però attorno ai 600 milioni. Una cifra che, se confermata, risulterebbe molto al di sotto delle stime iniziali e soprattutto delle aspettative dei sindacati. Per chi ha iniziato prestissimo a lavorare si sta studiando uno “sconto” sull’accesso alla pensione anticipata di tre mesi per ogni anno lavorato prima dei 18 anni. Anche in questo caso bonus inferiore a quanto ipotizzato all’inizio del confronto con le parti sociali, schierate su un anticipo di almeno quattro mesi, ma risulterebbe compatibile – considerando la platea di 80.000 persone con 41 anni di contributi – con il totale di circa 2 miliardi che l’esecutivo sarebbe disposto a mettere sul piatto tra Ape, precoci e quattordicesima.

Le pensioni non sono però l’unico fronte su cui il governo è impegnato. Il conto alla rovescia è iniziato anche per la Nota di aggiornamento del Def, attesa entro martedì 27. Le nuove stime macroeconomiche potrebbero arrivare lunedì 26, al Cdm convocato per decidere la data del referendum costituzionale, ma – per evitare sovrapposizioni – non è escluso che possano invece essere oggetto di un consiglio dei ministri apposito il giorno successivo.

In ogni caso, l’esecutivo aspetterà il 23 settembre, quando l’Istat diffonderà i conti economici nazionali del 2015. L’Istituto potrebbe rivedere le stime del Pil dello scorso anno ed influenzare così anche quelle del 2016. Qualsiasi revisione, al rialzo o al ribasso, potrebbe risultare un’arma a doppio taglio. Oltre che della differenza di crescita percentuale (che potrebbe risultare maggiore in caso il +0,8% dello scorso anno fosse ritoccato al ribasso), va tenuto conto anche del minore effetto trascinamento che un andamento dell’economia meno sostenuto nel 2015 avrebbe su quest’anno.

Le stime per la crescita del 2016 continuano quindi ad ondeggiare tra +0,8% e +1%. L’andamento del deficit sarà strettamente collegato a dove di fermerà l’asticella del Pil, mentre per quello del debito il governo sembra ormai aver rinunciato all’obiettivo di una riduzione, posizionandosi su quello di una stabilizzazione.