Il mondo saluta Peres, stretta di mano tra Netanyahu e Abu Mazen

Pubblicato il 30 settembre 2016 da ansa

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu stands at the casket of former Israeli President Shimon Peres during a memorial service at Mount Herzl national cemetery in Jerusalem, Friday, Sept. 30, 2016. Peres died early Wednesday from complications from a stroke. He was 93. (ANSA/AP Photo/Carolyn Kaster)

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu stands at the casket of former Israeli President Shimon Peres during a memorial service at Mount Herzl national cemetery in Jerusalem, Friday, Sept. 30, 2016. Peres died early Wednesday from complications from a stroke. He was 93. (ANSA/AP Photo/Carolyn Kaster)

GERUSALEMME. – Barack Obama saluta in ebraico Shimon Peres quasi con le stesse parole con cui nel 1995 Bill Clinton prese congedo da Yitzhak Rabin: “Grazie tante, caro amico. Todà rabbà, haver yakar”. Un parallelo (e un cerimonia simile) volute per due grandi combattenti di Israele, ma anche per due uomini che hanno caparbiamente inseguito la pace.

La prova dell’ultimo “servizio reso” da Peres – come ha notato il premier Matteo Renzi – è stata la presenza del leader palestinese Abu Mazen, seduto in prima fila sul Monte Herzl a Gerusalemme – luogo di sepoltura degli eroi di Israele – per rendere omaggio, a fianco del premier Benyamin Netanyahu, all’ex presidente israeliano.

Ed è stato proprio Netanyahu, dopo aver stretto la mano ad Abu Mazen, a sostenere, rivolgendosi al presidente palestinese, che “la forza è solo un mezzo, ma il fine è la pace”. Perché gli obiettivi, ha spiegato, “sono la prosperità e la pace, per noi e per i nostri vicini”.

In una Gerusalemme silenziosa e blindata come non mai per la presenza di decine di statisti da tutto il mondo, Peres – “lo splendido Shimon”, secondo Netanyahu – ha ricevuto nel paragone di Obama con Nelson Mandela un addio da “gigante della storia”. A prevalere, e l’ex presidente ne sarebbe stato contento, è stata però la politica.

“Il popolo ebraico – ha ammonito Obama citando ancora Peres – non è nato per governare un altro popolo. Non credo che Peres fosse un ingenuo. Israele ha vinto tutte le guerre ma non la maggiore: quella di non aver più bisogno di vincere”.

Non da meno è stato lo scrittore Amos Oz, amico di Peres da anni e alfiere dell’intesa con i palestinesi: “La pace – ha detto – non solo è possibile, ma è essenziale ed ineluttabile, per noi e per loro. Così come noi non possiamo andare via da questa terra, anche i palestinesi non possono andarsene. L’unica scelta è dividere questa casa – ha concluso parlando in maniche di camicia come i vecchi laburisti – in due appartamenti”.

E per l’astio nutrito verso Peres – così come verso Rabin – dalla destra israeliana a causa di questa politica di apertura ha chiesto scusa l’attuale presidente Reuven Rivlin. “Shimon, ammetto senza pudore: alla vigilia del Capodanno ebraico, sul bordo della tua tomba nel settore dei Grandi della Nazione, noi dobbiamo anche chiederti perdono”.

E non è forse un caso che, poco dopo gli elogi, Peres sia stato inumato sul Monte Herzl tra Yitzhak Rabin e Yitzhak Shamir: due simboli di sinistra e di destra. Il primo a non negare le sue diversità politiche da Peres è stato proprio Netanyahu. Ma poi ha anche aggiunto di averlo “amato” perché nel “corso degli anni” sono “diventati amici”.

Un legame nato nel 1976 quando Peres, allora ministro della Difesa, pronunciò l’elogio funebre per Yoni Netanyahu, morto nell’operazione per salvare gli israeliani sequestrati ad Entebbe (Uganda). “Tu hai pianto allora ed io – ha concluso Netanyahu – piango oggi per te. Va in pace”.

Nella folla di statisti che, copricapo rituale ebraico in testa e coccarda funebre all’occhiello, hanno seguito la cerimonia spiccava lo sguardo mesto di Bill Clinton: a lui, più giovane, è toccato di seppellire i due uomini (Peres e Arafat) con i quali siglò gli Accordi di Oslo che sembrarono aprire le porte ad una pace durevole. Ma non è stato così: per questo la volontà di Abu Mazen di partecipare alle esequie di Peres è stata salutata dai commentatori israeliani come una grande “prova di coraggio”.

A maggior ragione quando dalla Cisgiordania e da Gaza, governata da Hamas, sono giunte le notizie di accuse e critiche nei confronti del presidente palestinese, compreso dal suo stesso partito. E nella Striscia manifestanti hanno bruciato le effigi di Peres e di Obama.

Domani sarà un altro giorno ma oggi, per usare le parole del premier Renzi, “è stata una giornata importante. Un fatto politico di grande rilievo, un’occasione per un segnale da dare a questa terra martoriata”.

(di Massimo Lomonaco/ANSAmed)

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