Referendum: causa aperta anche al tribunale di Milano

Referendum: causa aperta anche al tribunale di Milano
Referendum: causa aperta anche al tribunale di Milano
Referendum: causa aperta anche al tribunale di Milano

ROMA. – Accanto all’azione intentata al Tar Lazio sul quesito referendario, ne pende un’altra – avviata fin da giugno – di fronte al tribunale civile di Milano: l’oggetto è la legge del 1970 che disciplina il referendum, ma per questa via si punta comunque al quesito referendario. E se contenuto e iter dei due procedimenti sono diversi, la sostanza è analoga. Ad intentarla un gruppo di avvocati come cittadini-elettori: Claudio Tani, Aldo Bozzi, già protagonisti del ricorso contro il Porcellum, Ilaria Tani ed Emilio Zecca.

Il ricorso punta a verificare il corretto utilizzo dello strumento referendario e chiede di rinviare alla Corte Costituzionale la legge 352/1970 nella parte in cui non prevede che l’Ufficio centrale presso la Cassazione, che verifica legittimità e conformità dei referendum all’art. 138 del Costituzione, abbia il potere “di invitare, con ordinanza, i promotori a formulare quesiti in modo separato e raggruppandoli per materie omogenee”.

La questione avrebbe dovuto già essere esaminata, ma c’è stato un rinvio per problemi procedurali: l’udienza è aggiornata al 20 ottobre. Tre giorni dopo, quindi, la camera di consiglio al Tar da cui è attesa subito una sentenza. L’atto di citazione a Milano, che chiama in causa Presidenza del Consiglio, ministeri dell’Interno e delle Riforme, è del 16 giugno. E’ poi seguito un ricorso d’urgenza il 21 luglio, ritenendo imminente l’emanazione del decreto con la data del referendum.

Tutto ruota attorno alla eterogeneità del quesito referendario supposta dai ricorrenti, che ricordano come la Consulta abbia già stabilito, per il referendum abrogativo, la necessità di “un quesito ‘comune e razionalmente unitario'”. Principio che si chiede di estendere ai referendum confermativi, com’è quello sulla riforma costituzionale del 4 dicembre.

Nel ricorso si chiede di verificare se non ci ci sia una “compressione della libertà del diritto di voto” nel momento in cui si chiede all’elettore di esprimersi, con un’unica manifestazione di volontà, sulla modifica di 42 articoli della Costituzione. La questione, quindi, è se “a fronte di un unico referendum a quesiti multipli l’elettore sia in grado di comprendere – sino in fondo – contenuto, conseguenze e finalità della revisione costituzionale”.

“E’ ovvio che un referendum concepito come quello che si prospetta – si legge negli atti – sarebbe poco più che un sondaggio sulla fiducia al Governo, se non fosse che nel nostro ordinamento la fiducia è data dal Parlamento”.

(di Eva Bosco/ANSA)