Emancipazione

Emancipazione donna
Emancipazione donna
Emancipazione donna

Emancipazione, emancipato, emancipare (o emanciparsi). Rispettivamente: sostantivo astratto, aggettivo (participio perfetto), e infinito del verbo (attivo o riflessivo). Queste parole oggi indicano (rispettivamente) l’istituto giuridico, la condizione storica o di diritto, l’azione, relativi ad una condizione della persona umana, che possiamo definire così: “l’uscita da una situazione di diritto e il passaggio ad una nuova condizione di diritto, in qualche modo più ampia di benefici e di potestà”.

Per esempio, si dice emancipata la persona che migliora la propria cultura e acquista perciò una maggiore libertà di giudizio; è emancipata la donna (o l’uomo) che si libera dai condizionamenti di un sistema di valori obsoleto (pregiudizi), a volte addirittura limitativo della dignità e della libertà della persona; è emancipato il minore (o la minore) al quale il giudice riconosce la facoltà di agire alle stesse condizioni di responsabilità di un maggiorenne.

Andiamo adesso alla storia della parola. La parola latina “mancipium” (pl.: mancipia) da cui partiamo, presso gli antichi Romani indicava lo schiavo (servus/serva) nato in casa, cioè figlio di schiavi. L’espressione latina “manu càpere” (da cui viene la parola mancipium), letteralmente, è “afferrare con la mano”, tenere in mano: da qui le parole manceps (compratore), mancipium (acquisto o proprietà), e altre, tutte legate alle operazioni di scambio o di assoggettamento di uno schiavo.

Il verbo latino “capio/càpere” è prendere; quindi anche “fare prigioniero”, tanto che i “captivi” (oggi diciamo “i cattivi”, ma con significato completamente diverso) erano proprio i prigionieri di guerra. E mancipium (parola di genere neutro) all’origine – come cosa acquistata – è proprio il prigioniero (una persona che ha perduto i suoi diritti) o per atti di guerra o per incapacità da parte sua a saldare un debito. Quindi si tratta di una persona che in qualche modo si trova ad aver perduto la sua originaria libertà, divenendo proprietà del vincitore o – nel caso – del creditore.

L’eventuale riscatto, per merito o per denaro, pagato dallo stesso mancipium (o anche per la magnanimità del proprietario: il dominus manceps), restituiva alla libertà il mancipium, il quale diveniva “e-mancipiis”, cioè, uscito dalla schiera degli schiavi. E veniva chiamato anche liberto. Poi decideva lui se voleva o no continuare a mantenere rapporti di amicizia o di correntezza col suo ex padrone. Comunque ne restava obbligato; e, se insieme all’emancipazione otteneva anche la cittadinanza romana, assumeva il nomen gentilicium (il nome di famiglia: la gens) del suo protettore.

Quindi emancipare, a Roma, significava “fare uscire dalla condizione di servo”, cioè restituire alla libertà.
E ancor oggi, fondamentalmente, è questo il significato di emancipazione, anche se, metaforicamente, esso viene assunto in senso lato. Tuttavia, come termine tecnico, la emancipazione indica l’istituto giuridico attraverso il quale viene riconosciuta al minore la facoltà di agire – e la responsabilità che ne consegue – come se fosse maggiorenne.

Luigi Casale