Elezioni Usa, Urbinati: “Trump ha sdoganato la scorrettezza politica”

Pubblicato il 07 novembre 2016 da Mauro Bafile

Nadia Urbinati, politologa titolare della cattedra di Scienze Politiche alla “Columbia University” di New York

Nadia Urbinati, politologa titolare della cattedra di Scienze Politiche alla “Columbia University” di New York

Mauro Bafile

NEW YORK – “La campagna elettorale ha dell’incredibile. Trump usa un linguaggio che, per tanto tempo, si riteneva improprio. Ha sdoganato la scorrettezza politica massima”. La professoressa Nadia Urbinati, politologa titolare della cattedra di Scienze Politiche alla “Columbia University” di New York, giudica con severità una campagna elettorale atipica, assai diversa da quella tradizionalmente interpretata dai candidati dei due grandi colossi della politica americana: democratici e repubblicani.
Il “politicamente scorretto” ha fatto irruzione in uno scenario in cui Trump non solo dice quello che molti americani desiderano sentirsi dire, ma lo fa impiegando un linguaggio inusualmente ordinario e violento. Che cosa è cambiato nella politica americana?

Donald Trump, candidato dei repubblicani

Donald Trump, candidato dei repubblicani

– Il “politicamente scorretto” – sostiene senza mezzi termini la professoressa Urbinati alla “Voce” – è diventato il perno della campagna elettorale di Trump. Ed è una cosa nuovissima. Che cosa era il “politicamente corretto”? Semplicemente il controllo del linguaggio, il rispetto altrui. Poteva essere in parte criticato, ma in un Paese in cui convivono centinaia di razze e religioni era un modo per manifestare considerazione per il prossimo. Ora, questa limitazione non esiste più. Non c’è più auto-controllo. Tutti ci consideriamo liberi di dire ciò che ci viene in testa. E’ un grosso pericolo. E non è auspicabile, specialmente perché tra polizia e afroamericani, in alcune aree, c’è grande tensione.

Sottolinea che il candidato repubblicano “si permette di usare un linguaggio che è offensivo nei riguardi di tanta gente che lavora e paga le tasse”. Per la politologa, “è un fatto nuovo che potrebbe spingere all’imitazione, all’intolleranza violenta”.

Hillary Clinton, candidata democratica

Hillary Clinton, candidata democratica

– L’America vive una fase molto complicata – commenta prima di affermare risoluta:

– Mi auguro che Trump perda. Lo sperano tutte le persone ragionevoli.

Lo auspichiamo anche noi che sappiamo quanto danno possano arrecare la demagogia, il discorso violento, l’intolleranza. Eppure, facciamo notare, la forza della democrazia risiede nei meccanismi creati per evitare gli eccessi della politica. E poi, come ha tenuto a precisare il professore Giuseppe Ammendola alla “Voce”, nei team dei presidenti c’è sempre un consulente ragionevole, moderato e onesto; la voce serena capace d’imporsi sugli estremismi.

– Si – afferma -. Il sistema americano ha la capacità di resistere a tanto. Resta, comunque, il problema dello stile nella politica. La retorica di Trump accredita e giustifica le forme peggiori d’ignoranza e di violenza verbale. E’ pericolosissimo – precisa – non tanto all’interno delle istituzioni ma fuori di esse. Cioè nella società. Trump giustifica reazioni violente.

Sostiene che gli Stati Uniti vivono “un fenomeno singolare: una fase di radicalizzazione della politica; in particolare, delle forme di esclusione, di xenofobia e di razzismo”.

– Credo che Trump, col suo discorso – prosegue – si rivolga a quella parte dell’America che è razzista. Il razzismo c’è – aggiunge -. E’ sempre esistito in questo Paese. Lo sappiamo. C’è stata la schiavitù ed è stata necessaria una guerra per abolirla. E’ vero che il conflitto aveva tutt’altre ragioni d’essere ma un suo effetto è stato quello. Oggi si assiste ad una campagna elettorale che ha dell’inverosimile.

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Collaboratrice di note testate giornalistiche italiane e americane, ricercatrice impegnata nell’analisi dello sviluppo del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica, la professoressa Urbinati è autrice di numerosi saggi che hanno nel liberismo, individualismo e fondamenti della democrazia rappresentativa, il loro tema principale.

– Demagogia e populismo sono sempre esistiti; ma oggi pare che siano protagonisti di rilievo nella vita delle nazioni. Come hanno cambiato il modo di far politica nei nostri giorni?

– La democrazia antica e le democrazie più moderne, cioè tutti i sistemi politici che sono fondati sull’opinione e sulla libertà di parola, presentano problemi di demagogia o, oggi si afferma più spesso, di populismo – ci dice -. La demagogia è anche interna al populismo. Ed è connessa a tante ragioni. Nel nostro presente, senz’altro alla grande disponibilità dei mezzi d’informazione e, quindi, alla possibilità dei politici di fare a meno dei partiti che sono una intermediazione molto importante per controllare, perfezionare e filtrare idee e organizzare i cittadini.

E’ convinta che oggi per i leader politici “è molto più facile parlare direttamente al popolo di quanto lo fosse in passato”. E’ il prodotto della rivoluzione tecnologica applicata al mondo delle comunicazioni.

– In molti paesi, esiste una reale insoddisfazione dei cittadini verso la politica rappresentativa – osserva -. I partiti diventano sempre più una congrega, un gruppo di eletti, di politici che occupano funzioni all’interno delle istituzioni pubbliche. Sono sempre meno legati ai cittadini. I “partiti cartello”, così chiamati perché più preoccupati a mantenere quote di potere all’interno delle istituzioni che ad essere vicini al popolo, rendono i cittadini più esposti alla leadership esercitata attraverso i media; alle parole, agli slogan, ad una politica più emotiva di quella di un tempo.

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– Gli elettori si sentono più attratti da coloro che parlano il loro stesso linguaggio, che promettono ciò che vorrebbero ascoltare. Come arginare questa nuova forma di fare politica? Come frenare i demagoghi e i populisti?

– C’è un fenomeno a mio avviso ancor più interessante – afferma -. I partiti avevano una specie di limiti alla trasformazione. Non potevano diventare tutto e il contrario di tutto altrimenti perdevano simpatizzanti, militanti, elettori. Non potevano essere tanto opportunisti da diventare l’opposto al fine di rastrellare voti. Pensiamo al partito di Le Pen. In passato più di tanto non riusciva a conquistare. Le Pen aveva una visione che poteva non piacere ma che manteneva, conservava. Il Partito restava all’interno di un solco. Adesso, la nuova leader, che è la figlia Marine, vuole vincere ed avere voti a tutti i costi. Parla a più tipi di elettori. I partiti, quindi, si trasformano in macchine creatrici di retorica populista.

– In Italia – facciamo notare -, potrebbe essere il caso del Movimento 5 Stelle, paragonato in un primo momento a “L’uomo qualunque”, il movimento politico fondato dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini nel 1944…

– Certo, lo stesso M5S è diventato un partito d’opposizione, anche se non vuole definirsi partito – sostiene -. Ma torniamo alla retorica populista. Questa vale per i politici e per i movimenti che non sono necessariamente di destra. Pensiamo al Partito Democratico in Italia. Il leader, Matteo Renzi, è disposto a prendere voti senza badare da dove provengano. Non che abbia più un partito di centro-sinistra.

– Il Partito della Nazione – commentiamo -, un grosso calderone, dove ci sarebbe posto per tutti e tutto.

– Esatto – concorda -. C’è questa idea di identificare il partito con la nazione. Questa è politica populista. Un partito, anche se può sembrare un paradosso, ha necessariamente bisogno di altri partiti. Invece qui ne abbiamo uno che vuole fare tutto, perché la sua ambizione è vincere. Anzi, stravincere. C’è una pulsione a voler avere una maggioranza alta a tutti i costi. Questa è un’ambizione populista.

– Le ideologie, una volta, caratterizzavano i partiti…

– E limitavano i partiti – puntualizza.
– Le ideologie sono veramente morte, come affermano alcuni?

– No – sostiene -. Le ideologie non sono morte. Ma non sono più legate a dottrine o a principi. I democristiani e i comunisti avevano dei limiti oltre i quali non potevano coniugare le proprie ideologie. Oggi queste limitazioni non esistono. La politica si è polarizzata a tal punto che si possono prendere voti e consensi ovunque. Quindi, si fa sempre più generica. Ed è paradossale. C’è questo “mainstream”… tutti stanno al centro. Il fenomeno provoca disaffezione nei cittadini. Non c’è più diversità tra l’uno e l’altro movimento. E’ quindi difficile votare.

Da qui, in opinione di Urbinati, l’insistenza nel puntare sui leader con carisma, su quelle personalità che rendono più attraente la leadership.

– Questo fenomeno sta conducendo a un riesame di quella che è stata fino a ieri l’Unione europea?

– Il discorso si fa più complicato – ammette -. L’Unione Europea fino ad ora ha prodotto una leadership, una politica a livello europeo, basata, da un lato sui modelli burocratici o di regolamento e dall’altro su accordi o interazioni tra cancellerie, tra governi. Questo ha favorito, anche a livello nazionale, e ciò è un paradosso, la trasformazione verso formule esecutive. In altre parole, abbiamo stati nazionali che sono democratici, parlamentari, rappresentativi, elettorali e l’idea, fino a qualche anno fa, era di portare questo modello di democrazia rappresentativa a livello europeo.

Ma non pare che ciò sia accaduto nella realtà. La professoressa Urbinati commenta che, “a seguito della crisi che ha esteso il potere agli esecutivi grazie ai rapporti intergovernativi, piuttosto che interparlamentari, si è ottenuto esattamente il fenomeno opposto”.

– E’ il sistema europeo che sta cambiando quelli nazionali – prosegue -. Si sta trasferendo il modello a livello di Stati-Nazione per cui questi, oggi, sono molto più attenti a formare governi forti, centralizzando la politica, dando più potere alle Cancellerie piuttosto che ai Parlamenti.

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– Non è una contraddizione se si pensa che l’obiettivo, dopotutto, era l’integrazione economica e politica… trasformare l’Europa in una Federazione di Stati?

– La Federazione – sostiene – non solo non sembra nascere ma, in questi anni di crisi…

– Si è fatto un passo indietro…

– Non direi proprio un passo indietro – chiarisce -. Direi che si è stabilito un modo di governare. C’è una forma di federalismo dei governi. L’Europa ha, diciamola così, messo gli Stati nazionali nella condizione di essere più simili all’Europa, a un’Europa fatta di esecutivi e burocrazia. Se si osservano i paesi europei, nati quasi tutti come democrazie parlamentari, si nota che si stanno muovendo verso forme di rinforzamento dell’esecutivo. L’Europa, quindi, non si è democratizzata ma rischia di de-democratizzare in qualche modo i Paesi.

– Ciò darebbe ragione a Renzi che vuole modificare la Costituzione per conferire maggiori poteri all’esecutivo

– Certo – ammette – è quello a cui assistiamo. Lui dice: “lo vuole l’Europa”. Non so se lo vuole l’Europa o no. Ma certo l’effetto perverso che ha l’Europa sugli Stati nazionali è quello di renderli meno parlamentari, meno rappresentativi e più verticistici.

– Non c’è il pericolo di una deriva autoritaria?

– Non si può dire perché non siamo ancora a quel livello – afferma -. Però questo è il progetto.

– Una maniera – insistiamo – per soddisfare una certa vocazione autoritaria…

– Si – ammette -. Più che altro verticistica. Il processo è la semplificazione della complessità, per arrivare a maggioranze più uniformi e con minor pluralismo politico. Quindi, anche da questo punto di vista, si tende una mano al populismo perché questo viaggia bene con la centralizzazione e la verticalizzazione del potere. Insomma, è il cammino verso forme di democrazia meno pluralista, magari bipartitiche con forti maggioranze, con una forte leadership governativa. E’ il caso dell’Ungheria, dove ci sono un leader forte e un forte partito di maggioranza che hanno cambiato la Costituzione.

– Simile al Venezuela dove si è avuto un leader con grande carisma…

– Come si è visto in Ungheria – insiste -, il processo messo in moto è di semplificazione: togliere il pluralismo politico o comunque indebolirlo per rendere più agili, più veloci le decisioni e abbassare gli ostacoli. I poteri di controllo s’indeboliscono. Sono tutte trasformazioni in senso maggioritario. Quindi è più facile tracimare a forme populiste.

Concreta, precisa, non si perde in spiegazioni prolisse ma si limita ad illustrare quei dettagli che ritiene essenziali. Sostiene che, superati gli anni d’instabilità politica, da oltre 25 anni l’Italia gode di governi stabili.

– Se è così, che necessità c’è di una riforma?

– Nessuna – afferma -. Renzi ha fatto delle politiche così radicali… Ad esempio, ha praticamente eliminato la norma sul lavoro. E lo ha fatto in un batter d’occhio. Ha una maggioranza fortissima, anche se di coalizione. Quindi, che bisogno c’è di cambiare la Costituzione? Il bisogno deriva dalla sua convinzione che siano necessari presidenti del Consiglio, presidenti di Governo con maggioranza monocolore, senza bisogno di rapporti o accordi con altri partiti.

Urbinati sostiene che questa è una presunzione “abbastanza ingenua poiché non è vero che gli esseri umani restano dentro le uniformità micro-cromatiche”.

– Appena si crea un grosso partito di maggioranza – commenta convinta -, subito nascono al suo interno fazioni e correnti, proprio come accadde in seno alla Democrazia Cristiana. Queste svolgono lo stesso ruolo del pluralismo politico. Ricatteranno il governo perché sanno molto bene che il loro voto è decisivo per mantenere la maggioranza, la stabilità del monocolore. C’è l’illusione che eliminando il pluralismo e le coalizioni, si possano creare governi monocolori stabili. Ma non è poi così vero.

– Chi osserva la realtà italiana dall’estero, potrebbe essere d’accordo su un premio di maggioranza per chi ha vinto con il 51 per cento dei voti. Il “premio” permetterebbe alla maggioranza di governare senza sussulti. Lo è meno quando il partito vince con un 40 per cento dei voti. Ci si chiede, perché permettere ad un partito d’avere una maggioranza che non ha avuto alle urne?

– Loro – spiega la professoressa Urbinati – sostengono che la maggioranza l’hanno avuta perché c’è il ballottaggio, il doppio turno. A quel punto, si beccano la maggioranza. Ma anche lì – precisa – non è così, poiché chi vince al ballottaggio comunque governa. Dubito che riescano a cambiare la Costituzione.

– Parliamo del dopo Brexit, quale sarà il futuro dell’Europa? Il referendum è stato un colpo che gli stessi inglesi non si attendevano…

– Io dico… – sostiene -, l’Inghilterra non era mai stata in Europa a pieno titolo. Si parla del Brexit quasi come se l’Inghilterra fosse stato uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Invece ha sempre sostenuto posizioni anti-europeistiche. Parliamo dell’Europa dopo il Brexit e non dell’Inghilterra.

Afferma che “l’Europa è in una fase di grande crisi perché i problemi dei confini sono diventati problemi nazionali fortissimi”. Non si tratta, quindi, unicamente di crisi economica. L’arrivo degli immigrati, dei rifugiati, dei senza nulla, di questi disperati della guerra ha esasperato la crisi.

Urbinati: "Necessario politiche europee comuni che permettano di distribuire gli immigrati, i rifugiati, in base alla capacità di tenuta dei Paesi"

Urbinati: “Necessario politiche europee comuni che permettano di distribuire gli immigrati, i rifugiati, in base alla capacità di tenuta dei Paesi”

– Sono persone che fuggono dalla fame, dall’orrore della guerra, dalla morte…

– Si, è vero – ammette immediatamente -, ma ci si deve rendere conto degli effetti che hanno in Europa. Questo esodo crea squilibri nei rapporti tra popolazioni.

Spiega che è necessario avere politiche europee comuni che permettano di distribuire gli immigrati, i rifugiati, in base alla capacità di tenuta dei Paesi.

– Alcuni – spiega – non hanno posti di lavoro neanche per le popolazioni locali. In nazioni come l’Italia, in cui il livello di disoccupazione è assai alto, l’arrivo dei rifugiati è vissuto come un rischio. C’è quindi bisogno di un Ministero europeo dei confini, uno della distribuzione dei rifugiati. Ma che abbiano l’autorità per intervenire altrimenti si rischia che alcuni paesi, come ad esempio Ungheria e Slovenia, possano diventare fascisti, anzi andare anche molto più in là. Hanno costruito muri col filo spinato. Sono problemi seri. Senza un governo europeo politico, questi problemi saranno affrontati dai singoli Stati. Ed allora cresce il pericolo che alcune nazioni possano soccombere alle correnti nazionaliste e, ancor peggio, a quelle fasciste.

– L’immigrazione ha destato la paura del terrorismo.

Considera che sia un tema abusato per giustificare tutto e il contrario di tutto.

– In Italia – afferma – si assicura che un governo forte ha maggiori possibilità di sconfiggere il terrorismo. Eppure il nostro Paese ha già vissuto questa esperienza ed è riuscito a superarla benissimo

– Sono argomenti che personaggi come Trump usano per ottenere voti.

– Certo – ammette -. Bisogna stare molto attenti e non consentire interpretazioni in senso autoritario. Il terrorismo non deve essere un argomento per instituire governi forti, società con meno libertà e più controlli. Questa è la battaglia tra democrazia liberale e illiberale.

Sostiene, con ragione, che oggi tutti devono convivere con il terrorismo, sia i governi autoritari sia quelli più liberali.

– Non è pensabile che chiudendo le frontiere e mettendo sistemi di controllo ferrei si possa sconfiggere il terrorismo – afferma -. Non si può pensare che controllando la nostra vita privata, togliendo la libertà, si riesca a sconfiggere il terrorismo. Da che la storia è storia, si è sempre visto che i poteri centralizzati riescono ad esercitare un minor controllo, salvo che si tolgano tutte le libertà. Ma, a quel punto…

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