Primo pelo

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La lingua italiana utilizza un’espressione molto diffusa: “Di primo pelo”. Per dire “giovane”, “nuovo del mestiere”.
L’espressione, infatti, nella pratica comunicativa proprio questo significa; anche se il pelo o la barba incipiente dell’adolescente non c’entrano proprio niente.

Se, quando si parla di “primo pelo”, ci si riferisce al “giovane” o al “principiante”, è per pura coincidenza. Lo è solo per traslato; cioè per via di metafora. Si parla di una cosa ma ci si riferisce ad un’altra. È questa la metafora. “Traslato” e “metafora” sono sinonimi. Le due parole sono dei “calchi”, cioè una è la copia dell’altra, dal punto di vista della loro struttura morfo-semantica. La prima di origine latina, greca la seconda.

Traslato, infatti, viene dal latino (trans + latum; “latum” è il participio del verbo fero [portare] e significa: portato. Traslato, perciò, è portato da una parte all’altra, portato di là. Quindi: trasportato, trasferito.
Metafora è invece di origine greca (metà + phoréō) e significa la stessa cosa: portato oltre, trasportato.

In effetti, questa figura retorica permette di usare una parola al posto di un’altra, di cui assume il significato.

E’ il significato, quindi, che passa da una parola all’altra, da quella che si tace a quella che si dice.
Infatti, il “pelo”, di cui si parla qui, non è il pelo della barba – o altra peluria adolescenziale, come si è portati a credere – ma il giavellotto del soldato romano.

Veramente (e qui entra la semantica storica), è il “pilum” dei Romani, cioè il giavellotto, una specie di lancia corta che faceva parte della dotazione del soldato. È solo un caso che usando l’espressione “primo pelo” si è portato a crederlo come “pelo anatomico”, che come “primo” ci fa pensare al giovane. Ma in questo caso la lingua non è trasparente, pur consentendo ai parlanti di cogliere il senso della frase. Ma la lingua diviene trasparente solo quando ci si rende conto che quel pilum è l’arma del soldato. Quindi si tratta di un dato di cultura, non di un dato di natura.

I Romani chiamavano “primipìlus” il soldato di prima fila, o il comandante di un’unità militare, com’era il centurione. Ma non è escluso neppure che con questa espressione si potesse indicare il soldato appena arruolato; “alle prime armi”, si direbbe oggi, come se i Romani avessero detto al “primo giavellotto”. In latino: “primipìlus”.

E allora, solo per puro caso le due espressioni, quella antica e quella moderna, quella trasparente e quella ancora opaca per molte persone, coincidono.

Ma se ci riferiamo a come usa Cesare, o altri autori, la parola “primipìlus” (per il quale essa significa il “centurione del primo manipolo dei triarii”, cioè i veterani con tre lustri di anzianità – e perciò alla quarta ferma, che era anche l’ultima – costui non sarà stato poi così giovane, essendo egli il comandante dei più anziani; quindi anziano egli stesso.

A conclusione di questa nostra conversazione possiamo notare come oggi la recuperata trasparenza della lingua rischia di stravolgere completamente il significato usuale di questa espressione, consolidato da un equivoco.

Comunque, resta indiscutibile il fatto che è sempre meglio saperle le cose che non saperle.

Conoscere è meglio di non-conoscere.

Luigi Casale