Archiviato il referendum, Jp Morgan irrita il presidente Maduro

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CARACAS – La notizia ha fatto scalpore non tanto per il suo contenuto quanto per la reazione del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro. D’altronde, JP Morgan, società finanziaria con sede a New York, si era limitata a informare che l’azienda statale petrolifera venezuelana, “Petróleos de Venezuela”, avrebbe avviato un “periodo di grazia” di 30 giorni, per il pagamento di circa 404 milioni di dollari corrispondenti agli interessi sulle obbligazioni con scadenza 2021, 2024 e 2035. Insomma, nulla di straordinario giacché è nel suo diritto appellarvi ogni qualvolta lo ritenga opportuno. Il presidente della Repubblica, invece, ha interpretato la notizia come un’azione orientata a screditare il paese. Insomma, come una delle tante da sommarsi alla più volte citata “guerra economica” che muoverebbe il grosso capitale internazionale ai danni del piccolo paese latinoamericano.

All’estero si è convinti che quasi sicuramente il Venezuela farà onore alle scadenze dei propri bond o altri strumenti finanziari. E, infatti, fino ad oggi il governo ha rispettato religiosamente ogni appuntamento e privilegiato il debito estero a quello interno, gli impegni internazionali a quelli assunti nei confronti dei propri imprenditori. Ed è comprensibile. L’assetto economico venezuelano è assai diverso da quello argentino. Il colosso del sud non ha proprietà sequestrabili all’estero. Il Venezuela, invece, sì. Se il nostro paese dovesse entrare in default, cioè in condizioni d’insolvenza rispetto a obbligazioni o debiti, non solamente si chiuderebbe il rubinetto dei prestiti ma i debitori potrebbero esigere il sequestro di proprietà del Paese all’estero, in questo caso di Pdvsa. Addirittura, potrebbero chiedere la confisca di petroliere provenienti dal Venezuela o con petrolio venezuelano. Un disastro per l’economia del Paese che dipende dal greggio in un 95 per cento.

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La reazione adirata del presidente della Repubblica, più di carattere demagogico e populista che pratico, quindi non avrebbe giustificazioni. E ancor meno l’avrebbe un’azione legale nei confronti di JP Morgan che, nel suo comunicato, si sarebbe limitato a informare del mancato pagamento delle obbligazioni di Pdvsa e a sottolineare che l’azienda statale avrebbe fatto uso di una sua prerogativa: i 30 giorni di grazia. Notizia confermata dal ministro dell’Energia, Euloquio del Pino, che ha dovuto ammettere in un comunicato che l’Holding petrolifera avrebbe tardato a saldare i propri debiti, pur attribuendo le responsabilità del rinvio al Citibank, il consorzio finanziario nordamericano incaricato dei pagamenti.

Mentre il tema economico continua a tener banco e a destare preoccupazione, quello politico è oramai “sequestrato” da due argomenti: dialogo e referendum.

Sebbene ci sia ancora chi sostiene ciecamente e, forse, ingenuamente la necessità di insistere sulla consulta popolare, è evidente che questa è ormai da archiviare. Lo è anche la pretesa di anticipare l’elezione presidenziale. Meglio avrebbe fatto il Tavolo dell’Unità, come abbiamo scritto in tempi non sospetti, a impegnarsi nelle elezioni amministrative. Probabilmente hanno temuto un’implosione o, ancor più, un’esplosione di candidati a sindaco e governatore che avrebbe liquefatto il voto dell’Opposizione a beneficio degli aspiranti pro-governativi. Il problema, comunque, è stato solo rimandato. Le organizzazioni politiche dovranno raggiungere un accordo se vorranno ottenere il successo, come accaduto nelle elezioni parlamentari, e se non vorranno alimentare il clima di frustrazione e sfiducia negli elettori. Sei mesi trascorrono veloci e non c’è tempo da perdere.

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Anche in seno al partito di governo le circostanze non sono favorevoli. Lo scontento serpeggia un po’ ovunque. Il bilancio nelle regioni e comuni amministrati dal Psuv è tutt’altro che positivo. E non pare che esistano candidati che possano vantare una vera leadership regionale o locale. In passato, il presidente Chávez fece da portaerei. Ovvero, si spese di persona per sostenere le candidature del Psuv. Il presidente Maduro non ha il suo carisma né la popolarità per farlo. A riprova, le elezioni parlamentari.

Nel frattempo, scricchiola il tavolo del dialogo. La Chiesa spera in un miracolo, a dimostrazione di quanto sia difficile conciliare posizioni diametralmente opposte, e Governo e Opposizione si accusano a vicenda di non rispettare gli accordi.

Il presidente Maduro, in reiterate occasioni, ha affermato d’aver obbligato l’Opposizione a non dare un calcio al tavolo del dialogo e, allo stesso tempo, ha reiterato logicamente che non è disposto ad andare a elezioni anticipate. Anzi, ha sottolineato che non permetterà che l’Opposizione possa tornare a Miraflores. Non si capisce bene, quindi, cosa accadrebbe nel 2018 se dovesse trionfare il Tavolo dell’Unità. Rispetterà i risultati? Consegnerà la banda presidenziale al nuovo capo di Stato?

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Dal canto suo, il Tavolo dell’Unità insiste cocciutamente sul referendum e sulle elezioni anticipate e sostiene che queste sono le principali richieste espresse nel corso del dialogo con i rappresentanti del Governo. E’ evidente che, come gli esponenti delle Farc non potevano accettare di firmare un accordo di pace che li avrebbe condannati al carcere, così il governo non accetterà mai un referendum o elezioni anticipate in cui le possibilità di trionfo sono pari a 0 o quasi. E’ vero che l’estinto presidente Chávez si sottopose più di una volta al volere delle urne ma lo è anche che era sicuro del trionfo.

Lo scontento oggi è diffuso. E anche se il “chavismo” può mostrare ancora i muscoli, in seno al Psuv il malcontento cresce come la schiuma. La popolarità del presidente Maduro è messa a dura prova e oggi anche i simpatizzanti del governo hanno la sensazione che il Paese stia precipitando in un dirupo. Farebbe forse meglio il Tavolo dell’Unità a esigere subito, più che la consulta popolare o l’elezione presidenziale anticipata, una data certa per le amministrative, a prepararsi ad esse e ad archiviare, almeno per il momento, l’assalto a Miraflores. E’ pericoloso alimentare false speranze che potrebbero trasformarsi in sfiducia, scoramento e frustrazione.

Il prossimo anno, per il governo, sarà molto difficile nell’ambito economico e sociale. Ciò potrebbe permettere un trionfo travolgente dell’Opposizione nelle amministrative, nel caso si dovessero svolgere; trionfo che, potrebbe anche far precipitare gli eventi e obbligare il presidente a una decisione oggi impensabile.

Mauro Bafile