Trump, avanti su muro e Obamacare. Un superfalco al Pentagono

Trump col gen. Mattis
Trump col gen. Mattis

WASHINGTON. – Avanti sul muro col Messico e sull’abolizione dell’Obamacare: Donald Trump rilancia alcuni cavalli di battaglia in un bagno di folla a Cincinnati, Ohio, primo comizio post elettorale e prima tappa del suo ‘thank you tour’ per ringraziare gli ‘swing state’ che lo hanno fatto vincere. Un modo per riconnettersi con i suoi elettori dopo le polemiche per i suoi conflitti di interesse, la sconfitta nel voto popolare per circa 2,5 milioni di voti e le critiche per un governo pieno di miliardari.

Ma lui difende anche loro per l’abilità di fare soldi e svela al suo pubblico in delirio un ‘piccolo segreto”, la nomina lunedì prossimo del generale in pensione dei Marines James Mattis a capo del Pentagono. Un alto ufficiale silurato da Obama per la sua ostilità verso l’Iran e quindi classificato subito come un “falco”.

Ma la sua è una carriera rispettata e apprezzata da tutti, tanto da essere stato corteggiato anche da Hillary Clinton per intervenire alla convention: prima in Iraq nella guerra contro Saddam, poi in Afghanistan dopo l’11 settembre, quindi al Comando centrale per coordinare le operazioni militari in Medio Oriente e nell’Asia sudoccidentale sino al 2013, quando la sua posizione su Teheran gli costò il posto.

Ma ‘Mad dog’ (cane pazzo), questo il suo poco rassicurante soprannome insieme a “warrior monk” (monaco guerriero), non sembra allineato su tutto il fronte a Trump. Ad esempio non condivide la sua apertura alla Russia e vede con preoccupazione le sue politiche bellicose in Siria, Ucraina e Baltico. Mattis non condivide neppure i metodi di tortura come il waterboarding che il tycoon voleva resuscitare.

E, pur ritenendo l’Iran una grande minaccia, ritiene che strappare l’accordo sul nucleare danneggerebbe gli Usa e che sia meglio lavorare strettamente con gli alleati per attuarne severamente le condizioni.

Il sessantaseienne Mattis sarà il primo ex generale a guidare il Pentagono dopo George Marshall nel 1950-51. Ma avrà bisogno di una speciale esenzione da parte del Congresso perché una legge federale impedisce di guidare il Pentagono prima di aver smesso la divisa per 7 anni e lui ha lasciato l’uniforme solo 4 anni fa.

Non sono previsti ostacoli, data la maggioranza repubblicana e l’endorsement dello speaker Paul Ryan, nonchè del sen. John McCain, che lo ha definito “uno dei migliori ufficiali della sua generazione e un leader straordinario che ispira una rara e speciale ammirazione tra le sue truppe”. Ma qualche democratico annuncia opposizione, come la senatrice Kirsten Gillibrand: “il controllo civile del nostro esercito è un principio fondamentale della democrazia americana”.

Inoltre il generale dovrà risolvere anche lui qualche conflitto di interesse, essendo nel cda della General Dynamics Corp., una società contractor della difesa che produce sommergibili nucleari e blindati, e dirigente della Theranos Inc., la controversa startup degli esami del sangue ora sotto inchiesta.

Nel suo comizio Trump ha tentato di aprire ai suoi oppositori invocando l’unità, condannando l’intolleranza e i pregiudizi “in ogni loro forma” e promettendo “una società davvero inclusiva”, ma alla fine sono prevalsi i toni rancorosi e incendiari della campagna elettorale, con le promesse di mettere gli interessi dell’America prima di tutto, di punire le aziende che delocalizzano, di abbassare le tasse, di mettere fine al commercio sleale, di bonificare la palude della corruzione.

E di sospendere l’immigrazione dai paesi flagellati dal terrorismo, che a suo avviso causano attacchi come quello recente in Ohio, frutto dei “programmi sui rifugiati politici creati dai nostri stupidi politici”. Non sono mancate le critiche ai “media disonesti” e provocazioni sulla Clinton (“ci siamo divertiti a combatterla”), con cori della folla “in prigione, in prigione”.

Insomma, un Trump che non sembra cambiare mai e che stupisce sempre: oggi ha invitato alla Casa Bianca il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte nel corso di una telefonata molto cordiale e animata, secondo l’entourage. Un altro schiaffo a Obama.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)