Marmellata

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Le parole sono come le ciliegie: una tira l’altra. E qui nel discorso entrano – a proposito – anche le ciliegie. Veramente. Infatti, oggi ho in mente di parlarvi di “marmellata”.

Subito la parola marmellata mi ha rimandato a “confettura”, questa a “confetti”, e da quest’ultima sono giunto al verbo latino “conficio” (verbo latino, composto di facio: cum+facio dà, infatti, proprio conficio; di cui abbiamo già parlato in questa pagina, negli appunti del 19 settembre scorso, insieme ad altre parole con la medesima radice).

La maggior parte dei produttori di marmellata, la conserva alimentare a base di frutta fresca, preparata con l’aggiunta di sostanze zuccherine, indica su vasetti e bicchieri della dolce e proverbiale leccornìa la definizione di “confettura”. Quasi che marmellata fosse un termine regionale, da lessico familiare. Convinti, come sono, che confettura sia più rispettoso della denominazione della categoria merceologica, tenuto conto degli aspetti giuridici (normativi e commerciali) della comunicazione.

Eppure c’è stato un tempo in cui passava l’idea – non so fino a che punto corrispondente alla realtà dei fatti – che la marmellata fosse un prodotto diverso dalla confettura. Diverso per qualità, per prezzo, e per lo stesso processo di preparazione del prodotto finale. Ma quali che fossero le differenze dei referenti reali delle due parole, a noi, comuni mortali, piuttosto ignoranti di quanto ci propinava l’industria alimentare, sembrava la stessa cosa. Ma oggi, a noi che siamo divenuti esperti di semantica e desiderosi di trasparenza linguistica, interessano i significati delle parole, le accezioni, la loro formazione, la loro storia e il loro uso. Nella speranza poi di meglio riconoscere anche le cose da esse designate.

Marmellata è di origine portoghese (da marmelada) e significa “confettura di marmelo (mela cotogna)”. Perciò “cotognata” sarebbe la sua precisa traduzione nella lingua italiana. E, stranamente – o forse no – anche da noi, in Italia, l’unica marmellata che prenda il nome dalla frutta utilizzata è la “cotognata”. (Anche se, della cotognata, oggi, ci è rimasto solo un nostalgico e dolce ricordo insieme ai nomi delle ditte che la producevano: ELVEA, ARRIGONI, ALTHEA).

Il vocabolo, d’importazione portoghese, per estensione fu applicato a tutte le altre “marmellate”, o meglio, agli altri tipi di confetture; e così da termine specifico divenne nome generico.

“Marmellata”, pur significando “cotognata” nella lingua portoghese, ora in italiano indica tutte le confetture, fatte con ogni tipo di frutta.

Sempre nella lingua portoghese la fabbrica di marmellata si chiama “confeitaria”.

Non è escluso tuttavia che la seconda parte delle due parole portoghesi: “marmelata” (-melata) e “marmelo” (-melo), abbiano a che fare col miele (parola di provenienza greca, e poi latina, diffusa nell’area mediterranea). E questo spiegherebbe, da una parte, il modo più antico – caduto in disuso con la diffusione dello zucchero (di barbabietola) – di preparare le conserve di frutta; dall’altra, l’eventuale differenza, dove essa fosse rimasta, tra le due qualità di prodotti, la confettura e la marmellata.

La nostra “confettura” – come parola: ed ecco la presenza di facio latino – viene da confetto, da cui anche “confettificio” e “confetteria”. Che rimanda al verbo latino conficio (cum + facio = faccio, mettendo insieme). Perciò non ha nessun rapporto semantico con “zucchero”. Significa semplicemente “fatta con …”, “preparata con …”. Come già accennato, insieme a tante altre parole, anche confettura e confezione hanno origine comune nel verbo latino “fàcere” (=fare). Cioè: “preparare”.

Non si chiamano “faccende” (cose che si devono fare) anche tutti i lavori di casa svolti dalla padrona?

E qui è necessario richiamare alcune nozioni di latino che già ho avuto modo di illustrare in analoghe situazioni. Il verbo fàcere al presente è “facio” (=io faccio), al perfetto è “feci” (=ho fatto), e al participio perfetto è “factum” (=fatto). Notiamo la trasformazione della vocale. Il verbo “facere” cambia la vocale radicale [la “a” di fac- che diventa “e” in fec-, “i” in conficio] non solo all’interno della sua coniugazione, ma anche quando crea verbi derivati, composti cioè col prefisso preposizionale. Fenomeno che, con parola greca, si chiama apofonia (variazione vocalica).

Quanto poi al significato, i composti di facio, a seconda della preposizione che vi si aggiunge come preverbio, specializzano il loro significato (sempre a partire dal tratto semantico del “fare”).

Così si hanno i verbi cum+facio (conficio, confeci, confectum), ad+facio (afficio, affeci, affectum), de+facio, (deficio, defeci, defectum), e+facio (efficio, effeci, effectum), in-facio (inficio, infeci, infectum), per-facio (perficio, perfeci, perfectum), sub+facio (sufficio, suffeci, sufficere); e con alcuni avverbi abbiamo i composti bene+facio (benefacio, benefeci, benefactum), male+facio (malefacio, malefeci, malefactum), ecc.

Vedete quante parole della lingua italiana trovano origine nel verbo fare, a cui difficilmente pensiamo! Affetto, confetto, difetto, effetto, infetto, perfetto, deficiente, efficiente, sufficiente, inficiare, superficie, maleficio, beneficio, opificio, panificio, ecc. ecc.

Così anche confettura (e confezione).

Ognuna di queste parole meriterebbe un’analisi semantica particolareggiata. Ma chi vuole, può provarci da solo. Non è difficile.

Luigi Casale