Da Parma a Roma, quando la giustizia bussa alla porta dei grillini

Pubblicato il 03 gennaio 2017 da ansa

ROMA. – Parma, Quarto, Livorno, Palermo, Roma. Sono queste le cinque capitali dell’imbarazzo cinque stelle, partito dell’onestà e della trasparenza, che durante il 2016 ha dovuto imparare che cosa significhi avere l’indagato in casa propria. Cinque città e cinque situazioni gestite in modo diverso.

A PARMA, il sindaco Pizzarotti a febbraio finisce indagato per abuso d’ufficio. Secondo la procura potrebbe aver commesso qualche scorrettezza nella nomina dei vertici del Teatro Regio di Parma. Ma il sindaco non avverte i vertici cinque stelle e per questo subisce l’onta della sospensione dal movimento: mancata trasparenza, l’accusa. Pizzarotti ribatte che l’avviso di garanzia si riferiva a un fatto di lievissima entità e che i cinque stelle non avevano stabilito alcuna regola di condotta. Ma Grillo è inflessibile. La telenovela finisce a ottobre: il sindaco lascia i cinque stelle sbattendo la porta. Poche settimane dopo la procura chiede l’archiviazione. Pizzarotti non è più indagato, ma per i cinque stelle è ormai out.

A LIVORNO si salva invece il sindaco Filippo Nogarin. A maggio del 2016 scrive sulla sua pagina Facebook di aver ricevuto un avviso di garanzia riguardo il suo ruolo nella gestione del tracollo finanziario della AAMPS, la società del comune che si occupa della raccolta dei rifiuti. A Grillo e Casaleggio basta e avanza: Nogarin non ha nascosto niente e può continuare a fare il sindaco. L’inchiesta della procura va ancora avanti.

A QUARTO, in provincia di Napoli, finisce sulla graticola Rosa Capuozzo. La sindaca eletta con la lista dei grillini non è indagata, ma alcune intercettazioni gettano un’ombra sul suo comportamento. Risulterebbe che la prima cittadina sia stata ricattata da un consigliere comunale: o fai quello che ti dico (autorizzazione di lavori che sarebbero finiti nelle mani di camorristi) oppure rivelo che a casa tua tuo marito ha compiuto un grave abuso edilizio. La Capuozzo non va a denunciare il ricatto, Grillo sulle prime la difende (“è parte lesa”), ma alla fine anche la battagliera avvocatessa Rosa viene cacciata dal movimento.

La via crucis grillina continua a PALERMO. Nel capoluogo siciliano, nel 2012, i cinque stelle si preparano a presentare la loro lista alle comunali. Mentre si sfogliano le carte, qualcuno si accorge che c’è un errore sul luogo di nascita di un candidato. Per scongiurare il rischio che la lista venga dichiarata non ammissibile, un gruppetto di militanti compila un nuovo modulo con i dati corretti e ricopia una per una le 1.400 firme che erano state raccolte. Pensano che sia un peccato veniale, invece stanno violando le norme del testo unico del 1960 sulla materia elettorale. La storia viene allo scoperto nel 2016 e la procura palermitana apre un’inchiesta. Finiscono indagati in otto. Tra questi ci sono tre deputati. Il 29 novembre vanno in procura per essere interrogati e fanno scena muta: si avvalgono della facoltà di non rispondere. E’ per questo motivo che Claudia Mannino, Giulia Di Vita, Riccardo Nuti vengono sospesi dal movimento.

Infine ROMA, caput mundi e fonte di guai per i cinque stelle da quando l’hanno conquistata. La sindaca Virginia Raggi non riesce a vietare i botti di fine anno, ma il 2016 si chiude ugualmente con due notizie esplosive: Raffaele Marra, capo del personale del comune e uomo di fiducia della Raggi, finisce in manette (accusato di corruzione) e l’assessora all’ambiente Paola Muraro, altra fedelissima della sindaca, si becca un avviso di garanzia per violazioni ambientali e dopo un lungo tira e molla è costretta a lasciare l’incarico. Ora che il tam tam della capitale dà per altamente probabile un avviso di garanzia per Virginia Raggi (i magistrati a quanto pare vogliono vederci chiaro sulla nomina del fratello di Marra a direttore del dipartimento Turismo) sono in molti a chiedersi che cosa accadrà. La risposta, probabilmente, non soffia nel vento ma sta nel decalogo voluto da Grillo.

(di Marco Dell’Omo/ANSA)

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