L’altra Italia: Rudy Pisapia

Pubblicato il 10 gennaio 2017 da redazione

Fino a qualche tempo fa pensavo che l’hip-hop fosse un genere musicale. Poi ho conosciuto Rudy ed ho capito.
Ho capito che rappresenta in realtà una cultura, un universo molto più ampio.
Una maniera di intendere il proprio tempo e la propria vita.
Seguitemi in questo viaggio. Anzi, seguiamo lui.

Ci incontriamo in un caffè qualsiasi di un posto che qualsiasi non è: il Queens.
Rudy arriva con indosso una t-shirt con una scritta che primeggia in pieno petto: “Impossibile is nothing”. In testa un cappellino con la visiera larga che maschera un sopracciglio spaccato a metà («il judo, un colpo sferrato parecchio bene» mi rivelerà poi), ma non il suo sorriso che si allarga mentre si avvicina al mio tavolo.

Rudy è nato a Salerno, ha 27 anni. Mentre gesticola e raccatta un paio di caffè ne dimostra meno. Quando inizia a parlarmi ne ha invece di più, di colpo.

«Bboy. Puoi scrivere così».

Che cos’è un Bboy?
Calma, ora ci arriviamo.
Provo a partire invece dalle basi.
E sguazzo nella banalità quando gli chiedo che cos’è l’hip-hop.

«L’hip-hop si suddivide in 4 discipline che sono delle vere e proprie forme artistiche: ci sono i deejay, gli MC – i rapper – la sfera del writing – murales e graffiti – e infine il breaking.
Ecco, in generale chiunque scelga di abbracciare questa cultura è per definizione un Bboy. Nello specifico, invece, io mi esprimo attraverso il breaking».

Avete presente quelli che quando ballano stareste a fissarli per ore pensando “Come diavolo fanno”?
Ecco: uno di quelli è Rudy.

I primi passi.

«Il mio start è il 2004: ho visto dei ragazzi ballare e dare vita a vere e proprie sfide sotto i porticati della mia Salerno. Una miscela di movimenti strani, inizialmente incomprensibili, che piano piano, però, iniziavano a delineare qualcosa nella testa.
Il loro volteggiare tra mille acrobazie sembrava disegnare forme nuove.
Sono rimasto incuriosito. E folgorato».
Bboy significa proprio questo: significa intraprendere questa strada, farsi portavoce della strada stessa. Di quella che è una vera e propria cultura, quale che sia la disciplina specifica».

Passo dopo passo, mi spiega di essere originario di Pontecagnano, un comune di 30mila anime della provincia di Salerno.

«È lì che conobbi Francesco Ferro, detto “Ciccio”, della leggendaria crew di Salerno “Cafardo Energizer”. Chi faceva parte di questo gruppo era visto, infatti, come una faccia della strada, per la particolare maniera di vestire e non solo.
Un “cafardo”, appunto. Un soggetto fuori dagli schemi.
Per me, invece, sarebbe ben presto diventato un grosso punto di riferimento.
Ci siamo avvicinati tramite amicizie in comune: “Come posso fare per allenarmi? Scuole o cosa?” gli chiedevo. Ma la mia risposta era lì, già bella e pronta: all’epoca non esistevano palestre né tantomeno canali YouTube. La sera ci si riuniva dopo il lavoro verso le 7 e ci si allenava e si provava assieme. In strada».

Fa una pausa. E chiude: «Sul cemento».

«Ho iniziato ad osservare i suoi movimenti, il footwork (lavoro di gambe, ndr), le basi del breaking.
Sono partito dall’idea di replicarli e portarli con me attraverso la musica. Non ho mai sognato il successo. Non avevo nessuna idea di cosa fosse, ma sapevo che mai mi sarebbe interessato.
La cosa bella era la sua agilità. Piccolino, ma robusto. Forte.
Quando lui ballava, io mi fermavo. Come fossi in un’altra dimensione.
Ma osservarlo non mi bastava più. Ho pensato di dovermi prendere ciò che volevo. Mi sono fatto coraggio, ho fatto un passo in avanti. E ho iniziato a sudare».

Molto più che una semplice passione. Rudy è qui anche e soprattutto grazie a tutto questo. E prima di arrivare a New York di strada ne ha macinata un bel po’.

«Il mio primo nome d’arte è stato Bboy Kaos. In una sola parola tutto il mio modo di esprimermi, addirittura di essere. Mi dicevano che assomigliavo a Windows: “apri mille cartelle tutte insieme!”. Per fortuna, però, c’era la musica. E con me c’erano i miei passi.
Iniziando a muovermi in questa cultura, crescendo, le cose sono cambiate un bel po’. Assieme a loro, è cambiato anche il mio nome: Bboy Rudy. Che in fondo fa già tanto nickname.
Ma al di là di questioni di facciata, il breaking è stato il mio vero grande passaporto. Per viaggiare, infatti, non ho mai avuto bisogno di conoscere nessuno. Ovunque andassi c’era una comunità pronta a condividere. Che nel nostro gergo significa in qualche modo accogliere. Questo senza neanche conoscere me, le mie radici o in generale da dove provenissi.
Un tempo si organizzavano un mucchio di jam session, dei cypher (cerchi, ndr) in cui ognuno poteva godersi il suo momento senza entrare in competizione con nessun altro. Zero giuria e ciascuno ad esprimere il meglio di sé, di ciò che ha dentro.
Ci si conosce, si intrecciano varie crew e, soprattutto, vari talenti.
Questo, purtroppo, si sta perdendo.

Back to the Style Napoli (2013)
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Oggi prevalgono le battle, un circuito di contest in grado di muovere molti più soldi. Per partecipare si versano delle quote a fronte di un premio finale. Il tutto condito dalla pressione di una giuria di veterani.
Ad ogni modo, mi è successo spesso di trovarmi all’estero senza saper parlare la lingua del posto, ma comprendendo chiunque grazie a poche parole chiave e tanta, tantissima, espressività artistica.
A Salerno eravamo una decina, condizione già molto diversa dalla scena napoletana. Ma proprio il fatto di essere in pochi ti spingeva ad uscire fuori dal tuo contesto, con l’ambizione di farti conoscere e, soprattutto, di guadagnarti il rispetto degli altri.
Già, il rispetto: la vera chiave attorno alla quale ruota tutto quanto.
E quindi il desiderio di dare il massimo, di fare sempre di più e di farlo meglio.
Un percorso di crescita a tutto tondo, dunque. Una forma mentis che diventa uno schema anche per la vita stessa: voglio una cosa, devo prendermela».

E così un mucchio di viaggi. Prima l’Europa, dove Rudy dice di essersela cavata nonostante il suo «inglese sdentato» (oggi è perfetto), poi il Venezuela.

«Ci sono arrivato per una jam. Era tutto così vero: laggiù nessuno recitava una parte né era oggetto di montatura. Sai come sono i venezuelani, no? Autentici fino al midollo.
La cosa fondamentale per un BBoy, che si è persa nelle nuove generazioni, è: zainetto sulle spalle e via!».

Schiocca forte le mani e continua.

«Adesso c’è YouTube, c’è troppo internet nel mezzo, in generale. Troppe sovrastrutture. Io per imparare ho dovuto relazionarmi con qualcuno più bravo e più esperto di me. Niente video, niente punti di riferimento, se non le jam. Dove a furia di conoscere persone ti apri piccoli pezzi di mondo».

Ma insomma questi social network: utili e costruttivi o colpevoli di aver mandato in frantumi lo spirito dei pionieri di questa cultura?

«Nel guadagnare tanto, le nuove generazioni hanno perso tanto.
Hanno guadagnato in fatto di informazioni: un click e sai dove avranno luogo jam e battle. Prima c’era solo il passaparola ed una comunità molto più chiusa e ristretta. In buona sostanza: se non conoscevi gente del giro, non entravi nel giro.
Ci sono però tutta una serie di “contro”: i giovani si avvicinano a questo universo avendo nella testa uno schema confuso e distorto dalla smania di successo. Le nuove tendenze portano ad emulare dei movimenti senza capirli, senza conoscerne la storia. O spingono addirittura più in là: a puntare cioè il dito contro i pionieri con frasi fatte del tipo“io so fare questo, lui non lo sa fare più!”. Cosa che fa sorridere se si pensa al fatto che un uomo, oramai quarantenne o cinquantenne, magari non si muova più in un certo modo. Ma che quegli stessi movimenti li abbia inventati, di questo non si può non tenerne conto.
Insomma, più in generale, i social network trascinano con sé un ingombrante e inutile vagone di vanità.
I pionieri possono essere sconfitti, certo. Ma al termine di una battle è necessario, bello ed emozionante stringer loro la mano e ringraziarli per tutto ciò che hanno ideato e che hanno dato a queste nostre discipline.
In definitiva, nel 2017 si rischia di scadere in tutto ciò che è moda e nulla più. Mettere una foto su Facebook a testa in giù o nel bel mezzo di una capriola fa figo.
Io stesso le uso per esprimermi. Ma mi piace pensare che la differenza stia nel fatto che dietro ci possa essere oppure no tutto un mondo di storia e cultura.

Rock Steady Crew 37th Anniversary Battles NYC (2014)
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Necessaria, comunque, la curiosità, la voglia di migliorarsi. Mai di pavoneggiarsi e basta.
Personalmente ho avuto la fortuna di mettere sù un piccolo gruppo di giovanissimi, dai 14 ai 16 anni, che stanno seguendo le impronte mie e di una vecchia “scuola” che rappresenta al meglio tutto ciò di cui stiamo parlando.
Il breaking non è persone che sfiorano il cemento, lo toccano, ballano e via.
Il mio modo di ballare, ogni singolo passo, ogni singola goccia di sudore è espressione di qualcosa, è una maniera per prendere le distanze dalla vita reale.
A Salerno era l’asfalto, altre volte può essere un parquet.
Quando staccavo dal lavoro, posavo il borsone in terra, mi cambiavo le scarpe e via, ero dentro la musica, dentro la strada. Lontano perfino dalla mia stessa vita».

Quando gli chiedo se c’è o meno una componente di violenza in tutto questo, fa un mezzo salto:

«No! Ascolta, storicamente tutto ha inizio nel Bronx: la carica aggressiva e lo spirito combattivo proveniente dal periodo delle gang fu utilizzato dai primi Bboy per caratterizzare il proprio modo di ballare. È così che entrano in scena questi movimenti soltanto apparentemente violenti (mima di tagliare la gola o di sparare con una pistola). In realtà, ci si limitava ad intimorire e tutto finiva lì.
Una delle svariate ragioni per cui un Bboy balla è senz’altro quella di guadagnarsi il rispetto della scena. Ciascuno a modo suo contribuisce all’evoluzione dell’altro.
Come? Semplice, apportando il proprio stile.
Si chiude con una stretta di mano, con un mezzo abbraccio all’americana.
Perché alla fine siamo tutti parte di una grande famiglia unita sotto un unico marchio.
Il mio messaggio è: partecipate. Non per essere i migliori, ma per mescolarvi con tutto questo. Non restatevene davanti ad un computer a spulciare video su YouTube, ma andate là fuori e vivete l’hip-hop come lo si viveva un tempo. Per davvero».

Prima di lasciarlo andare gli chiedo ancora di Salerno, della sua Campania.

«Salerno mi ha cresciuto. Oggi la vivo meno, ma mi ha dato un’impronta di cui sono fiero. Mi manca la famiglia. E non parlo solo dei parenti, ma anche quella delle persone con cui sono cresciuto, quella della strada. Mi manca il tempo con la mia crew, i Salerno Bboying: mi manca l’idea di allenarmi fianco a fianco con ciascuno di loro.
La scena di Salerno che io ho vissuto l’ho ritrovata qui a NY. Immaginavo un mondo diverso. Invece è soltanto più grande. Gli eventi, gli sponsor, tutto ingigantito, sì. E va bene, è evoluzione. Ma le parole, i movimenti, la mentalità: Salerno mi aveva già preparato a tutto questo ed in fondo non mi sono mai sentito troppo lontano da casa mia. Mi sono ritrovato qui, con un Oceano di mezzo, ma sempre nel mio di mondo».

Gli stringo la mano e questa volta il “mezzo abbraccio all’americana” me lo becco io. Recupera il suo zainetto, lo trascina fin sopra una spalla e ricomincia. Riparte.
Nessun grande sogno, ma con indosso il suo spirito semplice ed orgoglioso.
Quello di sempre, quello della strada.

Luca Marfé

Twitter: @marfeluca – Instagram: @lucamarfe

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