Jobs Act: la Consulta boccia il quesito, niente referendum sull’art.18

Pubblicato il 11 gennaio 2017 da ansa

L’aula della Corte Costituzionale durante la prima udienza pubblica, Roma, 2 dicembre 2014. ANSA/GIUSEPPE LAMI
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ROMA. – Il referendum sull’art.18, con i suoi possibili contraccolpi sul governo, è disinnescato. E anche il riverbero della prossima decisione sull’Italicum, che la Consulta esaminerà il 24 gennaio, diventa più soft, perché il sistema istituzionale ha di fronte un quadro meno incerto in cui inserire il dibattito sulla nuova legge elettorale. E’ questo l’effetto più tangibile della decisione della Corte Costituzionale sui quesiti referendari proposti dalla Cgil.

Due referendum restano comunque in pista: quello sui voucher e quello sulla responsabilità committente-appaltatore; si andrà alle urne in primavera, una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno. Ma la loro portata politica è assai più contenuta e una modifica alle norme, come già si profila per i voucher, potrebbe consentire di evitarli.

I quesiti sottoposti alla Consulta erano tre. Due – art. 18 e voucher – riguardavano altrettanti pilastri del Jobs Act che il sindacato chiedeva di abrogare. Il primo è stato dichiarato inammissibile, e quindi non sarà sottoposto a referendum: chiedeva di reintrodurre i limiti ai licenziamenti senza giusta causa, ripristinando la reintegra del lavoratore prevista per le aziende con più di 15 dipendenti ed estendendola a tutte quelle con più di 5 addetti.

Il secondo riguardava i voucher, i buoni lavoro da 10 euro l’ora per le prestazioni occasionali, estesi ai redditi fino a 7mila euro: qui la Corte ha dato il via libera. Ma su questo tema il governo ha già annunciato una riforma: se approvata, la nuova norma passerà dalla Cassazione, Ufficio centrale per il referendum, chiamato a valutare se la nuova legge risponda al quesito referendario. In caso negativo, il referendum si farà sulla nuova norma, ma in caso positivo, non si farà affatto.

C’è quindi la possibilità che resti in piedi solo il referendum, quello che, negli appalti, chiede di reintrodurre senza deroghe la responsabilità solidale tra committente e appaltatore quando ci siano violazioni contro il lavoratore. Un tema molto meno immediato, per l’opinione pubblica, dei voucher, per cui se questo referendum resterà da solo, senza l’effetto trascinante dell’altro quesito, bisognerà impostare una forte campagna per raggiungere il quorum necessario a validare il risultato.

Per capire le motivazioni che sorreggono la decisione della Corte Costituzionale, bisognerà aspettare la sentenza, che arriverà presto, certo prima del 10 febbraio, termine ultimo per questo tipo di pronuncia. Sul ‘no’ al quesito sull’art. 18 può aver inciso la necessità di dare un segnale a ipotesi referendarie che puntano ad abrogare contemporaneamente più parti di una stessa legge con un’opera di ‘taglia e cuci’. Quel che è certo è che la decisione è stata sofferta.

Il collegio è in questo momento a quota 14, dopo le dimissioni di Giuseppe Frigo (proprio oggi il Parlamento si è riunito in seduta comune per cercare di eleggere un successore, ma la fumata è stata nera). Stamane però era assente anche Alessandro Criscuolo per motivi di salute: quindi, erano in 13. Prima, per un paio d’ore, hanno ascoltato le ragioni dei legali della Cgil, Vittorio Angiolini e Amos Andreoni; poi l’Avvocato dello Stato, Vincenzo Nunziata, che per la Presidenza del Consiglio ha chiesto l’inammissibilità dei quesiti.

E’ seguita una camera di consiglio di poco più di due ore e mezza. Ai voti sull’art. 18 sarebbe finita 7 a 6, da quanto filtra: la relatrice, Silvana Sciarra, probabilmente non firmerà la sentenza, perché era tra i favorevoli all’ammissibilità del referendum.

Ora “la battaglia proseguirà”, dice Susanna Camusso, leader della Cgil, che giudica una “scelta politica” quella del governo di intervenire di fronte alla Consulta attraverso l’Avvocatura dello Stato; e annuncia che sull’art. 18 si valuta un ricorso alla Corte Europea.

I voucher, “strumento malato”, vanno “azzerati”, aggiunge. “Serve una riforma sostanziale”, rimarca l’avvocato Angiolini, non un intervento “insufficiente” come quello sulla tracciabilità dei voucher. La politica corre ai ripari. Il 23 è calendarizzata alla Camera una mozione di Sinistra Italiana che impegna il governo “ad adottare le opportune iniziative normative”. Ma il primo passo è atteso dal governo.

Il ministro del Lavoro, Poletti, difende il Jobs Act. Il ‘no’ della Consulta al referendum sull’art. 18 è un punto a favore, ma “non abbiamo da vantare né vittorie né sconfitte”, precisa. Sui voucher c’è l’impegno a mettere a punto modifiche per ridurre “gli elementi di utilizzo improprio”. Effetti sul governo? “Assolutamente no”, assicura il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin.

(di Eva Bosco/ANSA)

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