Dieselgate: Vw la prima a cadere, tra dimissioni e danni

ROMA. – Il ‘Dieselgate’, termine coniato dai social media per indicare lo scandalo delle emissioni truccate, si è trasformato in una crisi sistemica per il settore automobilistico mondiale da quando è scoppiato nell’estate del 2015, con l’ammissione di Volkswagen di aver utilizzato sulle sue auto diesel un sofisticatissimo software per aggirare i controlli sulle emissioni inquinanti.

La casa tedesca da allora sta pagando un conto salatissimo per cercare di superare la peggiore crisi nei suoi 79 anni di storia e rifarsi un’immagine e una credibilità perduta. Il patteggiamento da 4,3 miliardi di euro con le autorità Usa raggiunto in questi giorni e in cui Volkswagen si è dichiarata colpevole di cospirazione, ostruzione della giustizia e false dichiarazioni, ha fatto schizzare i costi dello scandalo a circa 20 miliardi di euro, dopo i 15 miliardi pagati lo scorso giugno ed obbliga la casa di Wolfsburg ad aumentare gli accantonamenti per pagare multe e risarcimenti ai clienti, che al momento ammontano in totale a 18,2 miliardi di euro.

Lo scandalo, che ha visto coinvolte circa 11 milioni di auto a livello globale, costrinse poi alle dimissioni lo storico amministratore delegato di Volkswagen, Martin Winterkorn, alla guida del gruppo dal 2007. Il suo posto fu preso da Matthias Mueller che avvertì subito di “una sfida senza precedenti” e che il percorso di recupero per la casa automobilistica sarebbe stato “doloroso”.

E questa settimana il dieselgate si è arricchito di un nuovo capitolo con l’arresto negli Stati Uniti di un manager di Volkswagen, Olivier Schmidt, accusato di complotto per frodare gli Usa. Il manager era il responsabile della divisione ambientale e ingegneristica in Michigan.

Inevitabilmente il dieselgate ha avuto ricadute anche sui dipendenti della casa tedesca. Nel tentativo di rimanere competitiva, Volkswagen ha annunciato nei mesi scorsi un piano di ristrutturazione di portata giudicata da più parti “storica”, con il taglio di 30.000 posti di lavoro a livello globale, di cui 23.000 in Germania. L’attuazione dei tagli è prevista entro il 2025 e segna una riduzione del 5% della forza lavoro mondiale (attualmente composta da oltre 624 mila dipendenti) e soprattutto dell’8% di quella tedesca (circa 282 mila persone).

(di Alfonso Abagnale/ANSA)