Assange sfida Obama: “Mi consegno se liberi Manning”

Pubblicato il 13 gennaio 2017 da ansa

LONDRA. – E’ la sfida finale tra Julian Assange e Barack Obama in procinto di lasciare la Casa Bianca. A lanciarla è stato WikiLeaks dal suo profilo Twitter: la primula rossa del web sarebbe disposto a consegnarsi alle autorità di Washington, ma solo in cambio di una grazia concessa dal presidente americano uscente a Chelsea Manning, all’anagrafe Bradley, il soldato transgender che sta scontando dal 2010 una pena di 35 anni negli Usa per aver rivelato informazioni segrete sia militari che diplomatiche tramite il sito creato dall’attivista australiano.

Un colpo di scena nella vicenda di Assange, che vive dal 2012 come rifugiato politico nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra per sfuggire all’estradizione in Svezia e al rischio di finire in un carcere degli Stati Uniti per il ruolo svolto dalla sua organizzazione nei tanti ‘leaks’ che hanno imbarazzato Washington, anche di recente nel corso delle elezioni presidenziali.

Viene quindi giocata da WikiLeaks la carta di Manning, anche forse per allontanare le tante accuse sul sito che in passato non avrebbe difeso in modo adeguato fonti e informatori. Non è un caso che nel 2013 Edward Snowden, ex analista della Cia diventato la ‘talpa’ del Datagate, abbia preferito lavorare con un gruppo selezionato di reporter per la diffusione di documenti sul sistema di sorveglianza del grande orecchio dell’Nsa.

Ma anche Snowden ieri ha lanciato un appello ad Obama per la liberazione di Manning, che per due volte nel 2016 ha tentato il suicidio e ha fatto lo sciopero della fame nel tentativo di avere la copertura finanziaria dall’esercito per pagare le spese necessarie a cambiare sesso.

“Solo lei può salvare la sua vita”, ha dichiarato l’ex analista. Secondo alcuni media Usa, fra cui Nbc News, il presidente uscente avrebbe in lista il militare transgender per una commutazione di pena ma per ora è necessario usare il condizionale. Intanto Assange cerca di mantenere alta l’attenzione sul suo caso, che negli ultimi mesi ha avuto qualche sviluppo.

A novembre i procuratori di Stoccolma lo hanno interrogato in ambasciata e lui ha poi pubblicato online la deposizione nella quale si dichiara del “tutto innocente” dalle accuse di stupro e abusi sessuali, e afferma di essere stato sottoposto a un trattamento “crudele, disumano e degradante”.

Mentre nel tweet si ribadisce l'”incostituzionalità” dell’azione avviata dal Dipartimento della Giustizia Usa contro di lui. Il fondatore di WikiLeaks ha cercato di intervenire spesso nel dibattito politico americano, anche di recente, definendo l’ultimo rapporto degli 007 statunitensi, che vuole dimostrare l’interferenza della Russia nelle elezioni americane, “piuttosto imbarazzante per la reputazione dei servizi di intelligence” di Washington.

A fronte di questa tensione continua, e nel quadro giuridico Usa, appare del tutto improbabile la possibilità di trovare un accordo per lo ‘scambio’ di Assange e Manning, sebbene la pressione di media e opinione pubblica potrebbe influenzare la decisione di Obama.

(di Alessandro Carlini/ANSA)

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