Italia: 2016 in deflazione, ma lascia un’eredità del +0,4%

ROMA. – L’Italia è in deflazione ma chiude l’ultimo mese dell’anno con un viatico per il 2017, un +0,4% dei prezzi che, spinto dai rialzi del secondo semestre, ed in particolare dal balzo di dicembre, quando il tasso inflazione italiano ha raggiunto, il livello più alto da due anni e mezzo, ha consentito un effetto di “trascinamento” per il 2017. Questo significa che se, nel corso di quest’anno, non si registrassero variazioni congiunturali dell’indice generale dei prezzi, il tasso di inflazione si attesterebbe allo 0,4%.

Quest’anno intanto, i prezzi sono calati, dello 0,1%, nella media dei dodici mesi, come non accadeva da oltre mezzo secolo, a partire dal 1959. Le famiglie così hanno speso un po’ di meno per i loro acquisti, le imprese hanno ridotto in parte i loro margini e il governo ha visto salire il peso del debito pubblico, che viene calcolato in rapporto al Pil nominale.

L’Istat ha confermato le stime preliminari sulla riduzione dei prezzi nel 2016 a pochi giorni dalla riunione del consiglio direttivo della Banca centrale europea che, giovedì 19, deciderà se modificare le proprie politiche di stimolo.

Seppure in ripresa, i prezzi italiani restano lontani dall’obiettivo della Bce di un tasso di inflazione vicino al 2% così come dall’andamento medio dell’Eurozona dove, sull’onda del rialzo delle quotazioni del petrolio, l’inflazione a dicembre ha raggiunto l’1,1%.

Questo divario dell’Italia è dovuto al fatto che la dinamica dai prezzi nel Paese non ha risentito solo della prolungata flessione dei costi delle materie prime. A questa ha concorso anche la “persistente debolezza dei consumi delle famiglie”, con le parole dell’Istat, un fronte sul quale ci sono stati “segnali di ripresa”, ma “di limitata entità”.

Di fronte alle difficoltà di molte famiglie dopo anni di crisi economica, la deflazione è stata anche un’alleata per arrivare a fine mese. Un’analisi dell’istituto di statistica mostra come i prezzi sono calati soprattutto per i nuclei con la minore capacità di spesa, “e dunque verosimilmente meno abbienti”, dove le riduzioni dell’indice Ipca hanno raggiunto lo 0,5%.

Al contrario, nelle case con maggiore capacità di spesa, i prezzi sono addirittura aumentati dello 0,1%. Le ragioni di questo scostamento, per l’Istat, sono da rintracciare nel maggior peso della spese energetiche per le famiglie con minore capacità di spesa rispetto alle altre.