L’America entra nell’era Trump. Obama: “We shall overcome”

WASHINGTON. – L’America entra nell’era Trump. A partire da mezzogiorno di domani Donald Trump, il tycoon di New York che ha sfidato ogni previsione con una campagna elettorale inarrestabile al grido di “faremo l’America di nuovo grande”, sarà il 45/mo presidente degli Stati Uniti. E a Washington e nel Paese si aprirà un nuovo capitolo, dopo gli otto anni alla Casa Bianca del primo presidente nero Barack Obama, che agli americani lascia un ultimo messaggio: “We shall overcome”. Scrivendo anche una lettera al Congresso per accusarlo di aver impedito la chiusura di Guantanamo, una delle sue promesse più forti del 2008.

Trump arriva a Washington determinato ad imprimere la svolta a partire dalla prima pagina, promettendo subito la revoca di Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal suo predecessore. E intanto presenta un governo “con il più alto quoziente d’intelligenza di sempre”, dice appena giunto nella capitale per dare il via a questo suo nuovo viaggio.

Il vicepresidente designato Mike Pence, che ha guidato la transizione facendo da trait d’union tra il ‘mondo della politica’ (il Congresso nello specifico) e il ‘mondo di Trump’, l’outsider che promette di ‘bonificare’ Washington, ha annunciato che il governo è al completo, tutti i posti sono stati assegnati.

“Ha voluto i migliori”, ha assicurato Sean Spicer, portavoce designato della Casa Bianca, che per la prima volta nell’imminenza del suo nuovo ruolo ha tenuto un briefing con la stampa. L’amministrazione Trump “nella sua totalità, presenta un livello di diversità secondo a nessuno”, ha detto rispondendo alle domande dei giornalisti: “C’è diversità in termini di genere, di modo di pensare, di ideologia. Non è solo una questione di colore di pelle. Riguarda molte cose, si guardi alla totalità”.

Il Washington Post nota però che è la prima amministrazione dai tempi di Ronald Reagan senza nemmeno un membro della comunità ispanica. E il giudizio resta ‘congelato’ davanti alla lista di paperoni e manager ultimata con il responsabile dell’Agricoltura, l’ex governatore della Georgia Sonny Perdue, e mentre il segretario al Tesoro Steve Munuchin è ancora sotto torchio al Senato nell’audizione per la conferma della sua nomina.

Alcuni media inoltre parlano di un’inchiesta dell’Fbi e degli 007 Usa per verificare se da Mosca sono stati inviati soldi in Usa per sostenere la campagna del tycoon. Per altri però il governo messo in piedi è una promessa mantenuta. Perché se l’America ha scelto il presidente businessman per voltare pagina, lui ha risposto con un governo gestito come un’azienda: tre miliardari, cinque ex amministratori delegati e alcuni dei manager più esperti e riconosciuti nell’America corporate.

Il test inizia subito, fin dalle primissime misure, se è vero come garantito che si partirà con un piano per tagliare i costi del governo e della burocrazia (“puntuale e sotto budget”, come da slogan), oltre alla revisione di accordi commerciali.

“Pronti a partire domani a mezzogiorno”, ha detto Spicer. Quando Trump giurerà e sarà ufficialmente chiusa l’era Obama. Nonostante le proteste previste numerose nella capitale blindata, la nostalgia e le lacrime per il lungo addio al presidente della speranza.

Barack Obama ha scritto la sua ultima lettera da presidente agli americani, invitandoli ancora una volta a sperare: “Mi avete fatto un uomo migliore. Grazie”. “Sarò accanto a voi a ogni passo. E quando l’arco del progresso vi sembrerà lento, ricordatevi: l’America non è il progetto di una sola persona. La parola più potente della nostra democrazia è ‘we’, noi. Come in ‘We the People’. ‘We Shall Overcome’. E “Yes, we can”.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)