Affatto

Pubblicato il 23 gennaio 2017 da Luigi Casale

Il poeta Umberto Saba

Oggi mi piace esordire richiamando una poesia di Umberto Saba (1883-1957), tratta da Cuor morituro (1925-1930).

SONETTO DI PARADISO

Mi viene in sogno una bianca casetta,
sull’erto colle, dentro un’aria affatto
tranquilla; e il verde del colle è compatto
e solitario, e l’ora è benedetta.

Mi viene in sogno una dolce capretta,
che mi sta presso, e mi sogguarda in atto
placido umano, quasi un muto patto
ne legasse. Poi pasce ancor l’erbetta.

Volge il sole al tramonto; un luccichio
cava dai vetri, un dorato splendore,
della casetta su in alto romita.

E tutto il dolce che c’è nella vita
in quel sol punto, in quel solo fulgore
s’era congiunto, in quell’ultimo addio.

Da “Cuor morituro (1925-1930)” di Umberto Saba (1883 – 1957)

Le notizie essenziali sull’autore e sulla sua pubblicazione si trovano nell’annotazione bio-bibliografica. Il resto – a chi vuole approfondire – su Wikipedia.

Ma sarebbe meglio fare un giro in Biblioteca. Ed è ciò che consiglio.

Il componimento che abbiamo appena letto, per le sue caratteristiche formali, estetiche, e compositive, meriterebbe un lungo discorso. Tuttavia, non è mia intenzione commentarla qui. Almeno non oggi. Solo chiedo che ognuno la rilegga, se vogliamo continuare a parlarne.

Intanto noto – e faccio notare – che la prima lettura, quella referenziale (cioè la comprensione del testo come semplice atto comunicativo, vale a dire: capire ciò di cui si sta parlando) sembrerebbe alquanto facile. Le parole usate, infatti, sono tutte parole del lessico quotidiano; e anche il registro, a parte l’effetto ritmico, proprio della versificazione, mi pare un registro piuttosto familiare.

Personalmente, rispetto al mio lessico particolare, di poco usato – diciamo così – trovo solo le parole: “erto” e “romita”; … e , forse, l’espressione “ne legasse”. Altro non riesco a trovare, da poter ritenerlo, in qualche modo, motivo di difficoltà ai fini della comprensione del piano referenziale; come ho detto.

Certamente un altro lettore (con lessico personale, sintassi, e stilemi, differenti dai miei) troverebbe altre parole, ed altre espressioni, estranee al suo modo di parlare. Ma tutto sommato – suppongo – non dovrebbero evidenziarsene più di due o tre, come per me, anche se collocati da qualche altra parte nel testo. Insomma, non più di quante ne ho incontrate io.

Ma allora, perché propongo questa lettura?

Ecco. Per parlare dell’avverbio “affatto”, argomento di questo mio articolo. Parola che abbiamo trovato nel secondo verso della poesia.

Fatta questa premessa, posso iniziare la prevista lezione di semantica.

Molte parole sono generate da locuzioni o espressioni, come “marcia-a-piedi”, “arco-baleno”, “va-te-la-pesca”, oppure “a-fatto”, “di-fatti”, “in-fatti”, o anche “a-punto”, “per-ciò”, (e in napoletano: “va’-trova”, “può-essere” o “può-darsi”), i cui elementi compositivi, poi, una volta agglutinatisi (legatisi tra loro), hanno finito col formare una sola parola (anche nella scrittura). Ed è proprio ciò che è capitato ad “affatto”.

Le parole formatesi a partire dall’elemento strutturale “fatto” significano fondamentalmente “in maniera evidente” cioè: “stando ai fatti”, e valgono “assolutamente”, “completamente”, “del tutto” (quindi valore affermativo); mentre quelle composte con l’elemento “punto” significano “per quanto poco” o “per quanto piccolo”. Per cui entrambi i tipi di avverbi così formatisi, se vengono usati al negativo, vanno a significare nel primo caso “per niente” nel secondo “neppure un poco”. Ma dovrebbero essere accompagnate da un elemento negativo chiaramente lessicalizzato. E qui potrei fermarmi.

Ma allora, la poesia? Allora riprendo , e ci arrivo.

Qualche anno fa in una classe liceale di fronte all’interpretazione di questo testo poetico della prima metà del secolo scorso, la totalità degli alunni (una trentina), da me interpellati, sostennero che “affatto” avesse valore di negazione, per cui “affatto tranquilla” per essi valeva “per niente tranquilla”; né si accorgevano che con questa interpretazione il seguito della descrizione non sarebbe stato comprensibile, in quanto risultava completamente stravolto tutto il senso della poesia.

Questo per la cronaca. Ognuno poi, in privato, potrà fare la sua prova di verifica. Mentre io continuo la discussione.

A parte l’evidente errore di lettura, i poveri ragazzi non avevano tutti i torti. La loro lingua era ancora opaca. Essi usavano segni linguistici secondo la convenzione (sociale) dei loro modelli linguistici di riferimento. E oggi la convenzione è – o sembrerebbe essere – che “affatto” sia una negazione. Lo avvalora la televisione, lo confermano i cronisti radiotelevisivi, qualche giornalista, e addirittura alcuni scrittori; e anche qualche professore. E, ormai, già anche i dizionari pubblicati a partire da una certa data.

Questo mio intervento, perciò, non pretende di modificare la convenzione, cioè il modo d’uso corrente oggi; ma vuole (vorrebbe), invece, che ognuno – in particolare i miei pochi lettori, e soprattutto i giovani amici di scuola media ai quali mi rivolgo; insieme agli emigranti che hanno lasciato l’Italia, oppure vi rientrano – si ponesse il problema in maniera critica. Ecco la lingua trasparente! Ché, per quanto riguarda questo caso, almeno ci consenta di leggere, e comprendere, un testo di appena una ottantina di anni fa.

Tutto questo ci fa capire un’altra cosa, importantissima per la comprensione del concetto di evoluzione linguistica. Cioè che, attraverso l’uso che se ne fa, le parole vanno soggette a trasformarsi, e se non sempre si trasformano sul piano fonetico o morfo-sintattico, spesso possono farlo su quello semantico. Cioè cambiano il loro significato. Fino a rovesciarlo completamente, talvolta.

Com’è il caso di “affatto”, che, in questo momento storico della sua evoluzione, si trova proprio nella fase di maggiore incertezza. Infatti, quanto al suo significato, c’è chi lo usa in un modo e chi nell’altro. Ma per quelli per i quali la lingua è trasparente, “affatto” non ha ancora perso il suo valore rafforzativo (del tutto, completamente, assolutamente); quindi, essenzialmente affermativo.

Luigi Casale

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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