Pressing degli alleati sul Pd per il premio di coalizione

Orfini e Renzi

ROMA. – Alta tensione sulla legge elettorale, non solo dentro il Pd, ma anche negli alleati di governo che fanno pressing sui Dem per introdurre nel sistema di voto, il premio alle coalizioni anziché al partito vincente. Il Pd è determinato ad andare al voto a giugno, anche con i due modelli usciti dalle due sentenze della Consulta se non si trova un accordo, cosa che ha spinto Fi a dare la disponibilità per il confronto, mentre il presidente del Pd, Matteo Orfini, non esclude un accordo blindato su poche modifiche “chirurgiche” su cui il governo potrebbe chiedere la “fiducia tecnica”. Tutto ciò mentre Renzi avverte che il problema non è rappresentato dal tipo di legge elettorale ma piuttosto le idee messe in campo.

Ad indispettire Ap sono state le parole dei Dem Ettore Rosato ed Emanuele Fiano. Entrambi hanno ribadito il “no” ad un listone in cui Pd, Ap e eventualmente Pisapia si presentino insieme alla urne, e il primo ha anche insistito sul voto a giugno. Risentita la risposta di Laura Bianconi di Ap, che ha chiesto “rispetto” per il proprio partito, mentre Bruno Mancuso ha sottolineato che la richiesta del partito di Angelino Alfano (che domani sera radunerà i suoi per fare il punto) non è di entrare in un listone comune, bensì introdurre nel sistema della Camera la possibilità delle coalizioni, previste nel sistema del Senato, così da aprire la prospettiva di coalizzarsi con i Dem.

Il Pd, con Rosato e Matteo Orfini, ha confermato che la sua proposta è sempre il Mattarellum, su cui oggi oltre alla Lega ha dato l’assenso anche Raffaele Fitto. Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica, ha fatto due calcoli: il Mattarellum ha i numeri in Senato, lo si approvi. Ai voti della maggioranza che sostengono il governo Gentiloni si aggiungerebbero 18 senatori di Ala-Scelta civica, 10 di Direzione Italia di Fitto, e 12 della Lega. In realtà Ap non vuol sentire parlare di Mattarellum ed ha 29 senatori. C’è poi il problema che Renzi non si fida dei 22 senatori della minoranza Pd.

In casa Dem resta ferma la determinazione ad andare alle urne a giugno (su aprile c’è scetticismo), e c’è l’altrettanta ferma convinzione che non ci sono le condizioni in Senato per una intesa sulle modifiche all’Italicum e al Consultellum; per cui i vertici puntano al voto con gli attuali due sistemi.

Ed è quello del Senato che fa tremare molti partiti: la soglia su base regionale per le coalizioni è del 20%, per il partiti che corrono da soli è l’8% e per quelli coalizzati del 3%. Senza contare che per le Regioni medio-piccole che eleggono pochi senatori la soglia di fatto è ancora più alta. Di qui il pressing di Ap, ma anche di Fi che in serata con MariaStella Gelmini ha dato la disponibilità ad aprire il confronto.

Orfini ha posto delle condizioni: ha escluso che si inizi a discutere in Parlamento senza prima un accordo blindato, “altrimenti si arriva al 2018 senza aver approvato nulla”; se c’è dunque una intesa di ferro si potrebbe anche ricorrere ad una “fiducia tecnica” per accelerare i tempi nelle Camere. Il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda ha spiegato che in ogni caso si attenderanno le motivazioni della sentenza della Consulta, che dovrebbero giungere intorno al 10 febbraio.

Non per nulla la Direzione del partito è stata convocata al Pd. A ridosso di quella data il Pd lancerà una iniziativa con gli altri partiti per verificare la possibilità di un accordo blindato. Secondo Renzi “il problema non e’ con quale legge si vota, visto che questo interessa soprattutto agli addetti ai lavori che sognano un posto in Parlamento, ma quali idee si propongono”.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)