L’Europarlamento risponde a Trump con l’intesa Ue-Canada

Donald Trump con il premier canadase Justin Trudeau
Donald Trump con il premier canadase Justin Trudeau
Donald Trump con il premier canadase Justin Trudeau

STRASBURGO. – Una prima, tangibile, risposta a Trump, in nome della battaglia al protezionismo, o un attentato agli standard sociali ed ambientali europei: anche questo rappresenta ormai il Ceta, il trattato commerciale Ue-Canada, al vaglio del Parlamento Ue a Strasburgo. Il voto arriva accompagnato da una manifestazione – ma anche da pesanti minacce sul web nei confronti dei sostenitori del sì – voluta da sindacati e movimenti europei per dire no ad un accordo partito in sordina, fratello povero del più famoso Ttip imbastito e già naufragato con gli Usa, ed ormai assurto alle luci della cronaca comunitaria come nuovo simbolo del futuro delle politiche commerciali comunitarie.

In caso di vittoria del no, un risultato comunque al momento improbabile, ci sarebbe un vero e proprio ripensamento, se non uno stop, a tutti i negoziati in cui attualmente è impegnata o sta per impegnarsi la Ue, dal Giappone al Mercosur. “Il voto rappresenta anche la risposta alla politica di Donald Trump”, ha affermato il capogruppo popolare Manfred Weber, “invece di protezionismo vogliamo collaborazione, invece di lasciare che la globalizzazione proceda senza di noi vogliamo modellarla con i nostri standard e le nostre norme di alto livello”.

“Ci dicono che bisogna sostenere il Ceta perché c’è Trump, prima dicevano che bisognava farlo perché c’era Obama”, ribatte la socialista belga Maria Arena. “Trump o Obama, poco cambia: per gli ultraliberali bisogna sostenere questi tipo di accordi, noi non votiamo contro il Ceta non perché siamo dei protezionisti ma perché difendiamo i nostri valori ambientali e sociali”.

E proprio i socialisti catalizzano al proprio interno tutte o quasi le tensioni che solleva il Ceta. I francesi, chiamati al voto per le presidenziali in aprile, ed i belgi, forti della rivolta della Vallonia, guidano il fronte del no. Il capogruppo Pittella è per il sì, come gran parte della delegazione italiana.

“Per la prima volta sono stati riconosciuti 176 prodotti a indicazione di origine – ricorda Paolo De Castro – e anche se i 41 italiani sono una percentuale per qualcuno troppo bassa rispetto ai 230 totali tra Dop e Igp, rappresentano comunque quasi la totalità delle esportazioni agroalimentari in Canada”.

Poi il gruppo S&D ha votato e, con 75 voti a favore e 39 contrari, è passato l’appoggio all’accordo con il Canada. Ma non si tratta di un voto vincolante e così gli eurodeputati che vorranno dire no, lo faranno nella plenaria.

Defezioni anche, ma minori, si conteranno tra i popolari, pochissimi i no tra i liberaldemocratici e anche qualche conservatore potrebbe mostrare il pollice verso, un panorama di sostanziale appoggio tra i maggiori gruppi politici che dovrebbe permettere al Ceta di passare l’esame di Strasburgo.

Contrari, oltre alla fetta di socialisti, anche verdi e comunisti da un lato ed euroscettici ed eurofobici dall’altro. E alla finestra il premier canadase Justin Trudeau, che arriverà a Strasburgo giovedì solo se il risultato sarà stato raggiunto.

(di Alberto D’Argenzio/ANSA)