Papa: “La violenza verbale mina la costruzione sociale del mondo”

Pubblicato il 17 febbraio 2017 da ansa

ANSA/CLAUDIO PERI

ROMA. – Il Papa che viene dall’Argentina, paese “meticcio” di sangue e di cultura, visita una università pubblica più o meno al centro di quell’Occidente che vuole imprimere il proprio timbro sulla globalizzazione. Dice parole forti contro la globalizzazione che sopprime le “differenze” e la “concretezza” delle diverse culture. Invita a praticare il “dialogo” come antidoto alla violenza a tutti i livelli sociali, esaltando il ruolo delle università come luoghi di ricerca e non come luoghi deputati alla formazione di “agenti ideologici”.

Inoltre mosso dalla domanda di Nour, una delle profughe siriane che è arrivata a Roma da Lesbo sull’aereo papale e oggi studia a RomaTre, racconta i propri incontri con il dramma dei migranti e chiede di mettere fine alla guerra e alla fame per sanare le loro situazioni.

“Le migrazioni sono una sfida e una opportunità”, ribadisce, e chiede di pensare “quando siamo soli, come una preghiera” che “il nostro mare, il Mare nostrum, oggi è un cimitero”.

E’ accolto in un tripudio di affetto e selfie, – moltissimi lo chiamano semplicemente “Francesco” e tutti lo vogliono toccare – e in un tripudio di affetto se ne va neppure due ore dopo, quando già fioccano i commenti di docenti, autorità e studenti al suo discorso pubblico. Per definire il ruolo della cultura usa parole non lontane da quelle che usò a RomaTre Giovanni Paolo II nel 2002.

E per parlare del ruolo di ricerca e dialogo delle università dice cose non dissimili da quelle che avrebbe detto Benedetto XVI nel 2008, se non fosse stato costretto a disdire la visita alla Sapienza, accusato di “ingerenza” da un gruppo di docenti e contestato da gruppi di studenti.

Bergoglio ha riscattato il gran rifiuto subito da Ratzinger, e ha rilanciato, condannando gli approcci ideologici e la cultura degli schieramenti e delle elite. Si può riassumere così la visita di papa Francesco alla università di RomaTre, nella periferia sud-ovest di Roma, prima sua visita a un ateneo pubblico italiano, ché nel 2014 era stato nell’università del Molise a Campobasso, ma solo per incontrarvi il mondo del lavoro.

Giunto intorno alle 9.50 papa Francesco è stato accolto nel piazzale dal rettore Mario Panizza, il direttore generale Pasquale Basilicata e il pro rettore vicario, Maria Francesca Renzi. Era presente anche il ministro della Università, Istruzione e Ricerca, Valeria Fedeli.

Lungo il percorso tra la folla, ha salutato studenti, familiari, dipendenti. “E’ universitario questo?”, ha chiesto prendendo in braccio un neonato in tutina rossa con pupazzi bianchi; ha acconsentito a che, specialmente i volontari in tutta rossa, si scattassero un diluvio di selfie con lui; “allora lei è guaranì”, ha replicato a una signora che gli chiedeva aiuto per una comunità in Paraguay (tra i guarany i gesuiti del Seicento costruirono le loro reduciones, comunità indigene immortalate nel film Mission, ndr); “è brava lei, eh?, con questa gioventù”, ha detto accarezzando una anziana signora in pelliccia e cappello viola, che appariva emozionata.

L’ateneo – fondato nel ’92 e passato dai 7.000 studenti di allora ai 35mila di oggi – gli ha preparato alcuni doni, tra cui olio e prodotti di aziende sorte su proprietà tolte alla mafia, con cui l’università ha progetti di collaborazione, compresa la gestione di una biblioteca. In un clima di grande spontaneità, anche il rettore ha rivolto a braccio il saluto al Pontefice.

Papa Francesco ha parlato a braccio per circa mezz’ora, seguendo solo parzialmente le domande che gli avevano posto quattro studenti, Giulia, Riccardo, Nicolò e Nour, sulla non violenza, sulle paure dell’Europa di fronte agli immigrati, su come affrontare il cambiamento e le nuove povertà, sul ruolo della cultura.

Ha consegnato al rettore il discorso che aveva preparato per l’incontro, “una risposta – lo ha definito – pensata e riflettuta sulle quattro domande, ma qui vorrei rispondere più spontaneamente perché mi piace di più così”.

“Il discorso consegnato – ha detto subito prima di concludere – può servire per riflettere, ma ricordate: università è dialogo nelle differenze e grazie tante”. Nella trama del suo sentire sul dialogo e la non violenza, il dialogo e la pace, le culture come ricerca e dialogo va certo cercato uno dei motivi della calorosa accoglienza che ha ricevuto.

(giovanna.chirri@ansa.it)

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