Eccetera

Pubblicato il 20 febbraio 2017 da Luigi Casale

– … “Eccetera, eccetera”.
– Che strano trovare quest’eccetera-eccetera all’inizio del discorso!
– Sì ! E’ vero.

Certe volte ci sono di quelli che quando sentono una parola nuova – e questa gli piace – te la condiscono in tutte le minestre: la cosa diventa noiosa; la usano dappertutto e chi è attento alla forma dell’espressione linguistica si accorge che quella parola è fuori luogo (“manca di pertinenza”).

Quando ciò accade, il parlante, avendola appresa da poco, per non dimenticarla, forse inconsciamente, la va ripetendo frequentemente per farla sua; oppure spinto da desiderio di emulazione si va convincendo che essa appartenga ad un registro alto, pensa che la parola sia chic, e faccia “scicche” anche l’esibirla.

Anzi i casi sono addirittura tre: egli diventa così abitudinario nell’utilizzarla (senza senso) da farne un tic nervoso; e così non può più fare a meno di ripeterla almeno una volta ogni dieci parole. Il vizio è più forte di lui.
Eccetera. Eccetera!

Noi sappiamo invece che questa parola, da sola, o ripetuta due volte, la si usa per significare che ci sarebbero tante altre cose da aggiungere, ma si preferisce interrompere l’elenco delle parole da dire, o perché si suppone che il ricevente le conosca e perciò le possa già immaginare da solo, oppure perché, tutto sommato, le eventuali precisazioni che si potrebbero aggiungere non sono tanto necessarie all’economia dell’atto comunicativo; cioè non darebbero nessun’altra informazione importante ai fini della comprensione del testo linguistico. Eccetera, eccetera.

Ma allora, l’espressione: eccetera, eccetera è un avverbio? Sarà un’interiezione? O che altro, ancora?

Intanto, vediamo che cosa significa in realtà “eccetera”. E come si è formata questa parola.
Essa è la forma agglutinata (saldatura di due parole in un unico vocabolo) del sintagma latino “et cetera” che significa: “e le restanti cose”, “e le altre cose”, “e ciò che segue”.

Praticamente, a parte la differente forma della scrittura, è proprio come se noi parlassimo ancora con parole latine, sia per la fonetica (formulazione dei suoni) sia per la semantica (quanto al significato).

Nella lingua latina ci sono diversi aggettivi (o pronomi) per indicare il concetto di altro. E questi, quasi tutti, si sono conservati nella lingua italiana. Alius, che significa un altro [tra molti] (vedi: alieno, alienare); alter, che significa l’altro [tra due]; reliquus, che significa restante (vedi: reliquie); ceteri che significa tutti quanti gli altri.

Al neutro plurale ceteri diventa cetera e significa “tutte le altre cose”; perciò, … “e tutte le altre cose”. I giovani latinisti lo sanno bene.

E concludo: “… et cetera, et cetera”.

Luigi Casale

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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