Trump, Clinton e l’interesse nazionale italiano

Nel novembre scorso si sono svolte le elezioni presidenziali americane che ha visto contrapporsi Donald Trump per il partito repubblicano e Hillary Clinton per il partito democratico. Come sappiamo il responso delle urne ha incoronato Trump come nuovo presidente, entrato poi in carica ufficialmente il 20 di gennaio ultimo scorso.

Le elezioni americane oltre a essere un evento politico importante per gli Stati Uniti, sono ovviamente qualcosa che più o meno riguarda tutto il mondo, d’altronde la scelta del presidente di quello che è considerato il paese più importante del pianeta è un qualcosa rispetto al quale nessuno può dirsi avulso, e infatti sempre anche nel passato era un evento che aveva sempre avuto una copertura mediatica importante.

In questa occasione però l’attenzione è stata ancora più alta e la partecipazione emotiva anche fuori dei confini statunitensi è stata molto sentita. C’erano infatti degli elementi che rendevano la competizione più serrata e interessante rispetto al passato:

Il primo elemento di novità è stato la presenza di Donald Trump, outsider arrivato a giocarsi la presidenza e a vincerla contro ogni pronostico, contro anche il proprio partito. Dall’altra c’era Hillary Clinton, potenzialmente la prima donna presidente degli USA, già First Lady e Segretario di Stato, al suo secondo tentativo e dichiarata erede di Obama.

Il tutto amplificato da una informazione che grazie alle nuove tecnologie è rapidissima e raggiunge in tempi brevissimi moltissimi utenti.

In questo quadro generale il nostro paese non è stato da meno, come in moltissime altre nazioni la copertura giornalistica e mediatica dell’evento è stata almeno in termini quantitativi altissima, quello che a mio avviso è mancato è stato il livello qualitativo e analitico dello stesso evento.

Spiego meglio: fermo restando che sia legittimo avere le proprie simpatie politiche, ritengo che in certe sedi dovrebbe prevalere l’analisi tecnica e politica se non altro per dare a chi legge o guarda, ma che non ha tempo di andare ad approfondire, gli strumenti per capire e farsi un’opinione propria su quanto sta accadendo.

Spesso e volentieri invece questo non è avvenuto, al contrario si sono create anche in Italia due fazioni agguerrite che hanno dato vita a dibattiti accesi sui giornali, radio e televisioni, tifoserie che si accapigliavano e non analisti che cercavano di sviluppare un’analisi politica.

Per certi versi ci si è comportati come se si fosse il 51° stato dell’Unione, non a caso anche il risultato è stato accolto emotivamente da tifoso, facce lunghe da un lato ed entusiasmo eccessivo dall’altro, come se Trump fosse stato eletto in Italia e non da un’altra parte.

Il punto è stato proprio questo che a fronte di tanta animosità non è corrisposto un approfondimento dei temi; nella maggior parte dei casi le discussioni ruotavano attorno a particolari di costumi piuttosto che politici.

Per esempio pochissime volte ho sentito parlare o letto dei punti programmatici dei due canditati, in compenso al presunto maschilismo di Trump o alla presunta malattia della Clinton è stato dedicato molto spazio.

Un approccio di questo genere è da un punto di vista informativo errato in generale, perché appunto non fornisce concreti elementi di giudizio ma nel nostro caso vi è un aspetto in più che lo rende ancora più negativo: non è stato tenuto in nessun conto l’interesse nazionale.

È mia opinione che di fronte a un evento come le presidenziali americane l’Italia dovrebbe avere un approccio molto meno empatico e molto più pragmatico.

Che senso ha per un italiano assistere a una discussione accesa sull’Obamacare tra due opinionisti in tv?
Se ne può parlare, si potrà esprimere un giudizio, esserne informati, ma alla fine è un problema che al cittadino italiano riguarda relativamente dato che non vive negli Stati Uniti e su cui soprattutto può fare ben poco dato che non essendo Statunitense non ha diritto di voto.

E lo stesso ragionamento vale per tutte quelle problematiche che sono interne agli USA e che quindi in buona sostanza sono solo un qualcosa che riguarda solo gli abitanti di quel paese.

Mi riesce difficile pensare che una persona qualsiasi, per quanto sia sensibile a certi temi, anteponga le problematiche della sanità americana a quelle della propria regione che di contro la riguardano direttamente.
A mio avviso la prima domanda, e per certi aspetti l’unica, che ci si sarebbe dovuti porre a tutti i livelli avrebbe dovuto essere: “ma all’Italia chi conviene di più? Hillary Clinton o Donald Trump?”

Invece almeno pubblicamente di questo aspetto se ne è parlato pochissimo, probabilmente paghiamo ancora oggi una certa reticenza a parlare degli Interessi Nazionali dell’Italia, evidentemente prevale il timore di essere scambiati per beceri imperialisti.

Eppure ci sono paesi europei anche più piccoli del nostro, che hanno un peso specifico minore nel panorama internazionale, che non hanno difficoltà ad affrontare pubblicamente questi temi per il semplice fatto che hanno per tradizione una visione più chiara dei propri interessi e ritengono legittimo parlarne.

In Italia quanti opinionisti si sono chiesti se otto anni di presidenza Obama, di cui la Clinton è stata Segretario di Stato nel primo mandato e quindi corresponsabile della politica estera, siano stati favorevoli per l’Italia o no?
Allo stesso modo, adesso che i giochi sono fatti si vuole continuare a parlare dei capelli di Trump oppure iniziare a chiedersi se, in base ai primi atti eseguiti, la nuova presidenza potrebbe essere positiva o negativa per il nostro paese.

Avere un approccio poco approfondito, troppo emotivo o troppo ideologico quando si affrontano pubblicamente temi di politica estera è purtroppo molto frequente, il che non è positivo dato la politica estera è l’ambito in cui è veramente fondamentale definire quali siano gli interessi e gli spazi geopolitici vitali per un paese.

Sul perché ci sia un atteggiamento di tal fatta è spiegabile a mio avviso con alcune motivazioni.

La prima è che ancora paghiamo gli effetti della seconda guerra mondiale per cui parlare pubblicamente d’interesse nazionale è un tabù. Altro punto è che è la classe politica italiana è il prodotto di posizioni politiche molto diverse tra di loro, che non hanno avuto una visione univoca di quale fosse l’interesse nazionale, per esempio la visione geopolitica della vecchia DC non era la stessa del vecchio PCI.

Altra spiegazione è che non sempre i nostri rappresentanti sono sufficientemente preparati sui temi di politica estera, c’è spesso un retaggio, che risale a prima dell’89 quando per via della Guerra Fredda il quadro politico internazionale era più semplice, a ritenere la politica estera secondaria rispetto a quella interna.

Altro particolare è che di solito quando ci si occupa di politica estera bisogna occuparsi anche di questioni militari e molti politici italiani non sono ben disposti verso questi argomenti.

Per questi motivi nella maggior parte dei casi la discussione viene purtroppo relegata in ambiti limitati e riservata agli specialisti. Dal mio punto di vista sarebbe invece necessario che il dibattito sui temi che riguardano l’interesse nazionale venisse esteso a un pubblico più ampio possibile, perché ritengo che attraverso la trattazione di questi argomenti il singolo cittadino possa acquisire una maggior consapevolezza di cosa è il suo paese e di cosa ha necessità e questa consapevolezza si potrebbe riflettere poi nella scelta della classe politica che lo deve rappresentare.

Stefano Macone