Tom Pérez guiderà il partito democratico. Trump attacca

WASHINGTON. – E’ già scontro aperto tra Donald Trump e il nuovo presidente del partito democratico, Tom Pérez. Sin dalle sue prime dichiarazioni dopo la risicata vittoria ad Atlanta, l’ex ministro del Lavoro dell’amministrazione Obama aveva annunciato battaglia contro “il peggior presidente della storia degli Stati Uniti” e si era detto a favore di un’inchiesta indipendente sulle interferenze russe nella campagna elettorale americana, unica spada di Damocle pendente per ora sulla Casa Bianca.

Trump gli ha risposto prima con delle congratulazioni sarcastiche (“Non potrei essere più felice per il partito repubblicano!”), poi con l’accusa di elezioni manipolate dalla sua ex rivale: “La corsa per il presidente del Dnc (il Democratic national committee, ndr) è stata, naturalmente, totalmente truccata. Il candidato di Bernie, come Bernie stesso, non ha mai avuto nessuna possibilità. Clinton ha chiesto Perez!”. “Elezioni truccate? Intanto indaghiamo su quelle per la Casa Bianca”, gli ha replicato oggi a muso duro Perez evocando di nuovo gli hacker russi.

Ma l’attacco di Trump mira a far identificare ancora il partito democratico con la “corrotta” Hillary e con il complotto anti Sanders rivelato da Wikileaks, che aveva portato alle dimissioni del precedente presidente del Dnc, Debbie Wasserman Schultz.

In effetti il partito democratico non ha svoltato a sinistra, ha scelto in qualche modo la continuità affidandosi ad un uomo dell’establishment sponsorizzato apertamente da Obama e sotterraneamente dalla Clinton, entrambi ritenuti in qualche modo responsabili del tracollo dem alle ultime elezioni, che hanno consegnato ai repubblicani Casa Bianca, Congresso, due terzi dei governatori e dei parlamenti locali, nonché la Corte Suprema.

E quando è stata annunciata la vittoria di Perez al secondo round di votazioni per 235 a 200, nella più incerta elezione degli ultimi 30 anni per questa carica, i sostenitori del principale sfidante, il deputato afroamericano Keith Ellison, primo musulmano della storia eletto in Congresso, sostenuto dall’ala liberal incarnata da Sanders e da Elisabeth Warren, hanno fatto esplodere la loro rabbia e gridato “un partito per la gente, non per chi ha tanti soldi”.

Ma in quel momento è arrivato il ‘miracolo’ che riapre le speranze per rilanciare unitariamente il partito. Con un’abile mossa, Pérez ha messo a tacere la protesta nominando subito come vice Ellison, che ha invitato i suoi all’unità. “Non possiamo permetterci il lusso di uscire da questa sala divisi”, ha ammonito Ellison, condividendo poi tutte le dichiarazioni d’intenti del vincitore, dopo una gara senza veleni. “L’unità è la nostra più grande forza e il più grande incubo di Trump”, gli ha fatto eco il nuovo leader dem.

A guardar bene, Pérez, 55 anni, cattolico con educazione gesuitica, non si identifica solo con l’establishment e possiede buone carte da giocare. Intanto, come figlio di immigrati dominicani, è il primo presidente dem di origine ispaniche, aspetto che può catalizzare il sostegno della vasta comunità di latinos bistrattati da Trump.

Poi ha alle spalle una lunga carriera come avvocato e procuratore federale nel campo dei diritti umani. Infine ha una esperienza da ministro del Lavoro, tema centrale della campagna di Trump, che ora aspira a trasformare il Grand Old Party nel partito dei lavoratori. Per ora anche Sanders gli ha fatto una apertura di credito ma, ha avvisato, “il partito ha bisogno di un grande cambiamento, non può più funzionare come nell’ultimo decennio”.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)