Uccise volontari italiani, nel ’93 in Bosnia fece sparare contro convoglio umanitario

Pubblicato il 02 marzo 2017 da ansa

BRESCIA. – In Bosnia aveva già scontato 12 anni, poi la porta del carcere si era aperta. In Italia la sua cella non si aprirà più. “Giusto così, l’uomo di allora merita la sentenza di oggi” dice convinto chi è scappato alle mitragliatrici che Hanefija Prjic, detto Paraga fece sparare il 29 maggio del 1993 contro un gruppo di volontari italiani uccidendo quel giorno Sergio Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti.

L’ex comandante paramilitare è stato condannato all’ergastolo dal gup del Tribunale di Brescia Carlo Bianchetti per il triplice omicidio di 24 anni fa. In aula c’era solamente uno dei due sopravvissuti alla strage di Gornij Vakuf. Non Cristian Penocchio, ma Agostino Zanotti che di quel maledetto 29 maggio ricorda tutto.

“Una data che ci ha cambiato per sempre la vita” ricorda prima di commentare il fine pena mai, deciso per chi ha ordinato la strage. “La frase in nome del popolo italiano pronunciata con la sentenza conferma il nostro pensiero: noi in Bosnia siamo andati per il popolo italiano e finalmente, seppur in ritardo, anche l’Italia si è pronunciata”.

Sguardo fisso sul giudice e traduttrice al fianco. Così Paraga ha vissuto la lettura della sentenza prima di essere riportato nel carcere bresciano di Canton Mombello dove è detenuto dallo scorso anno quando è stato estradato dalla Germania.

“Paraga è innocente, abbiamo dati i nomi di chi ha sparato. Faremo appello contro questa sentenza” ha detto lasciando il tribunale di Brescia l’avvocato Almin Dautbegovic che con la collega italiana Chantal Frigerio ha difeso Paraga chiedendone l’assoluzione per il triplice omicidio. L’ha ottenuta solo per il reato di rapina mentre il tentato omicidio nei confronti dei due sopravvissuti è stato prescritto.

“Aspettavamo che anche l’Italia riconoscesse le colpe di Paraga. È giusto così” è il pensiero di Ester Puletti, la sorella di una delle tre vittime. Voce fuori dal coro invece è quella dei genitori di Sergio Lana. “Questo processo – ha detto il padre – non ha portato alla verità. Ho ancora molti dubbi in merito a quella missione umanitaria. Mio figlio era partito convinto di portare aiuti, ma forse c’era altro sotto che ancora non è emerso”.

Il riferimento è alle ombre sulla missione mosse dall’avvocato di Paraga, Chantal Frigerio, che chiedendo l’assoluzione aveva ipotizzato che sul camion sul quale viaggiava il gruppo di volontari ci fossero armi. “Mio figlio è morto mentre portava aiuti come lui era convinto o per colpa di persone che avevano altri scopi?” è la domanda del padre di Sergio Lana. “Spero che il processo vada avanti per chiarire questo passaggio” auspica il genitore di una delle tre vittime di Gornij Vakuf.

(di Andrea Cittadini/ANSA)

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